giovedì 22 maggio 2008

Muore a sedici anni a causa del diabete curato con terapie omeopatiche

Una sedicenne toscana che soffriva da sempre di diabete mellito di tipo 1 è morta la scorsa settimana a causa della sospensione della terapia insulinica. La notizia ha fatto il giro d’Italia e ha scosso l’opinione pubblica e la comunità scientifica perché a consigliare di sostituire la tradizionale insulina con delle dosi di vitamine è stata una sedicente omeopata, oggi iscritta nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario e esercizio abusivo della professione medica. La giovane fiorentina si era curata per tutta la sua breve vita con l’insulina, prescritta dagli specialisti dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, e i suoi genitori si erano rivolti a Marjorie Randolph, settant’anni, americana, con uno studio a Milano, per un consiglio su terapie alternative.

La sedicente dottoressa – dalle indagini non risulta, infatti, essere iscritta a nessun registro nazionale e a nessun elenco dell’Ordine dei Medici – ha sospeso la terapia a base di insulina e ha prescritto massicce dosi di complessi multivitaminici. Dal primo di maggio l’adolescente toscana non ha, quindi, più assunto l’insulina e le sue condizioni sono progressivamente peggiorate fino a condurla al coma diabetico e alla morte, avvenuta proprio al Meyer dove era stata ricoverata d’urgenza. I medici non hanno alcun dubbio: la sua morte è stata provocata dalla sospensione dell’insulina, l’unico metodo ufficiale e garantito per tenere sotto controllo il diabete, una patologia che impedisce all’organismo di controllare la glicemia nel sangue e che si può gestire solo con l’assunzione dell’insulina, l’ormone che riesce a limitare i livelli di glicemia. Il terribile fatto di cronaca ha riaperto un vaso di Pandora riaccendendo il dibattito tra i favorevoli e i contrari alle terapie omeopatiche.

A tornare all’attacco dell’omeopatia, definita più volte come “acqua fresca”, è stato Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, che in un’intervista a Il Giornale ha chiarito che “per fare un prodotto omeopatico selezionano una sostanza madre, un sale o un estratto di pianta. Poi prendono una parte di questa soluzione e la diluiscono in 99 parti di acqua. Poi agitano. Questo processo viene fatto per 10-15 volte. Alla fine non è più possibile identificare alcun principio attivo”; in altre parole, sottolinea il neurofarmacologo, l’omeopatia è il nulla e che se porta un beneficio è solo un effetto placebo, che di certo non può essere sufficiente per curare una patologia cronica e molto seria come il diabete.

Sconcertati anche gli iscritti alla Società italiana di omeopatia e medicina integrata (SIOMI) che in una nota ufficiale fanno sapere che “nessun medico, classico o esperto in omeopatia, la cui deontologia impone scienza, coscienza e primum non nocere toglierebbe mai l'insulina, un farmaco salva-vita, a un paziente con diabete di tipo 1, insulino-dipendente" e definiscono quello della dottoressa americana “un comportamento delittuoso, al di fuori dalle norme etiche e scientifiche della medicina". La SIOM sottolinea anche che 1270 medici, la maggior parte dei quali lavorano per il Servizio Sanitario Nazionale in qualità di professori, pediatri, medici di famiglia, ribadiscono con forza l’utilità della medicina omeopatica come “ulteriore strumento di cura da porre a fianco e a complemento della medicina classica” e chiedono con forza “una legge di riconoscimento della medicina omeopatica come terapia medica praticata esclusivamente dal medico, e secondo i criteri dell'alleanza terapeutica con la medicina classica tipici della medicina integrata".

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