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sabato 25 aprile 2009

Autoesame del seno

Introduzione


Il rischio di tumore al seno cresce con l'età. Sistima che l'80% dei tumori mammari colpisca le donne dai 50 anni in su, mentrenelle adolescenti e nelle ventenni l'incidenza è ancora relativamente bassa.Gli uomini, invece, hanno un rischio estremamente basso di tumore al seno,paragonato alle donne.
Una piccola fetta dei tumori mammari è di natura genetica.Finora, due sono i geni collegati al tumore mammario ereditario: BRCA1 e BRCA2.All'interno di famiglie che si sono già trovate con un problema del genere, ilgene può essere trasmesso direttamente in generazione in generazione,attraverso la linea maschile o quella femminile. Questo chiaramente non vuolenecessariamente dire che se un parente ha avuto un tumore al seno in famiglia c'èil pericolo di una trasmissione ereditaria.I seni delle donne cambiano notevolmente nel tempo,dovuti a fattori quali sbalzi ormonali, mestruazioni, gravidanze, allattamento emenopausa.

Le donne dovrebbero sapere, quindi, cosa può essere giudicato comeun normale cambiamento e cosa no. Individuare precocemente un cambiamento vuoldire che una qualsiasi terapia può avere una riuscita senz'altro migliore.
Ogni mese il seno delle donne si prepara ad una gravidanza eall'allattamento; spesso si allarga e diventa più soffice prima dellemestruazioni, per poi ritornare allo stato normale. Dopo la menopausa il tessutomammario cambia ancora. Diventa meno denso e più grasso, rendendo così i senipiù soffici. Le donne più anziane possono perfino ritrovarsi dei seni piùpiccoli.
Simili cambiamenti sono piuttosto normali. Comunque, se doveste sentire onotare un qualsiasi cambiamento strano al seno, rivolgetevi al vostro medicocurante per ulteriori esami.

Cosa fare


Esaminate il vostro seno una volta al mese, preferibilmente appena finito il ciclo oppure, se non avete più mestruazioni, lo stesso giorno di ogni mese. L'esame va effettuato in due modi: guardandosi allo specchio e palpandosi.

Guardandosi allo specchio:
  • braccia lungo il corpo, avvicinatevi allo specchio e osservate bene qualsiasi cambiamento;
  • alzate le braccia lentamente al di sopra della testa e voltatevi per osservare il profilo;
  • con le mani sui fianchi mettete in tensione i muscoli del seno;
  • questo permetterà di notare di più qualsiasi cambiamento;
  • osservate il seno da ogni angolo, di lato e sotto; chinatevi in avanti e osservatene la forma.
Autopalpazione
  • L'autopalpazione può essere effettuata stendendosi oppure con una mano insaponata durante il bagno o la doccia;
  • palpare un seno alla volta: usando la mano opposta al seno che si sta esaminando, premere piano con le dita;
  • facendo un movimento circolare coprire l'intera area del seno dall'ascella fino a sopra, nella parte centrale e sotto per terminare con l'esame attorno e sopra al capezzolo;
  • è importante palpare intorno alla clavicola e all'ascella (dove si trovano i linfonodi) per qualsiasi ingrossamento

Cosa notare


  1. Qualsiasi cambiamento strano nella forma o nella grandezza dei seni

  2. Se un seno è diventato più piccolo dell'altro

  3. Un cambiamento di colore della pelle o eruzione cutanea

  4. Pelle raggrinzita o a buccia d'arancia

  5. Un capezzolo che abbia cambiato posizione o forma

  6. Un nodulo o un ispessimento all'interno del seno o dell'ascella

  7. Un'eruzione cutanea attorno al capezzolo

  8. Perdite da uno o entrambi i capezzoli

  9. Dolore costante in una parte definita del seno
Se notate qualsiasi cambiamento strano, contattate il vostro medico generico per un appuntamento.

ATTENZIONE: l'autoesame da solo non è adeguato a prevenire il cancro mammario ed è utile solo in aggiunta alla mammografia e ai controlli clinici con gli specialisti.

Ricordate inoltre che nove noduli su dieci non sono cancro.

venerdì 15 febbraio 2008

Benefici dell’epatectomia in due tempi su pazienti con cancro colorettale e metastasi del fegato su cui non è possibile effettuare la resezione

Secondo una ricerca francese, condotta presso il Centre Hepato-Biliaire dell’Hôpital Paul Brousse di Villejuif, un’epatectomia in due tempi condotta su pazienti con metastasi del fegato da cancro colorettale sulle quali non è possibile effettuare un’unica resezione, potrebbe trasformarsi in un’efficace strategia terapeutica.

Come spiegato dai medici francesi nel corso del recente simposio dell’ASCO - American Society for Clinical Oncology’s Gastrointestinal Cancers dal coordinatore dello studio – il dottor Adam – lo studio ha preso in esame, tra l’ottobre 1992 e l’ottobre 2006, cinquantuno pazienti con metastasi al fegato causate da cancro colorettale, alcuni dei quali venivano sottoposti a epatectomie in due tempi.

L’adozione di questa strategia terapeutica è cresciuta nel corso dei 14 anni di follow-up, da un 2% iniziale (dal 1992 al 1994) ad un più ampio 14% (dal 2004 al 2006).

Il 97% dei pazienti era sottoposto a chemioterapia pre-operatoria, il 77% del campione proseguiva le chemio tra le due fasi dell’epatectomia ed un 74% riceveva una chemioterapia addizionale dopo la seconda fase dell’operazione. Tra i due tempi dell’epatectomia trascorrevano in media 4,3 mesi.

Dai risultati è emerso che il tasso di mortalità dei 51 pazienti a cinque anni era del 30%, mentre per i 35 pazienti che avevano completato entrambe le fasi operatorie i tassi di sopravvivenza aumentavano fino a raggiungere un range del 57% / 39%.

Nel corso del simposio promosso dall’ASCO in collaborazione con l’American Gastroenterological Association Institute, l’American Society for Therapeutic Radiology and Oncology e la Society for Surgical Oncology, Adam ha spiegato che “verranno condotti ulteriori approfondimenti su questa tecnica operatoria che è strutturata proprio come una strategia pianificata basata sul fondamentale concetto di rigenerazione”.

martedì 12 febbraio 2008

Le molecole microRNA sarebbero in grado di predire il tasso di sopravvivenza in individui con cancro al fegato

Secondo una recente ricerca condotta negli Stati Uniti, un gruppo di semplici molecole (frammenti di materiale genetico) denominati emblematicamente microRNA, sarebbero in grado di individuare con largo anticipo il tasso di sopravvivenza in soggetti colpiti da cancro al fegato.

Gli scienziati dell’Ohio States Comprehensive Cancer Center coordinati dal dottor Thomas D. Schmittgen hanno esaminato campioni provenienti da 43 tumori epatici (2/3 di essi con epatite e cirrosi), 28 dei quali venivano confrontati con campioni non tumorali coevi e con campioni di sei fegati normali.

Secondo gli studiosi, dopo queste importanti comparazioni, emergevano importanti differenze nei livelli di microRNA e, in particolare, una relazione tra i livelli di microRNA delle cellule cancerose e i tempi di sopravvivenza in 25 individui per i quali risultavano disponibili i dati di sopravvivenza.

Gli studiosi hanno, poi, rilevato che ai pazienti con cancro epatico che mostravano i più bassi tassi di sopravvivenza era associato un più basso livello di 19 specifici microRNA, se confrontati con pazienti con un più alto tasso di sopravvivenza seguiti per un periodo di follow-up di 16 anni, come spiegato sulle pagine della rivista scientifica Clinical Cancer Research.

martedì 5 febbraio 2008

Trapianti: l’Italia è campione europeo di solidarietà e anche di innovazione chirurgica

L’Italia campione di solidarietà sul fronte dei trapianti. Il nostro Paese si colloca, infatti, ai primi posti della classifica europea per numero di donatori e raggiunge importanti traguardi anche nella chirurgia. L’ultimo successo è stato ottenuto a Pisa, presso l’unità operativa di chirurgia generale diretta da Franco Mosca, e ha visto i chirurghi impegnati in un trapianto crociato di rene da donatori viventi tra coppie della stessa famiglia non compatibili biologicamente.

Protagoniste dell’eccezionale intervento due coppie di coniugi, una toscana e l’altra veneta: i coniugi non erano biologicamente compatibili tra loro ma lo erano con il marito o la moglie dell’altra coppia. Secondo questa strategia organizzativa, regolamentata dal protocollo del Centro Nazionale, un donatore salva la vita al coniuge di qualcun altro e viceversa. Questa tecnica permette di risolvere la cronica carenza di reni compatibili provenienti da cadavere e l’incompatibilità spesso diffusa che rende impossibile l’utilizzo di un rene di un familiare.

Il protocollo nazionale che regola questo tipo di trapianto è stato messo a punto nel 2005: da allora esiste una banca dati ufficiale che raccoglie i dati di tutte le coppie disponibili e offre uguali possibilità di accesso per i pazienti.

Il Ministro della Salute Livia Turco ha sottolineato qualche mese fa che “l’Italia può essere fiera della sua rete trapiantologia” e le istituzioni non smettono di offrire supporto, non solo finanziario, al settore. Nell’ambito della Finanziaria 2008, ad esempio, sono stati erogati nove milioni di euro in più per potenziare le attività di prelievo e trapianto di organi: i beneficiari sono da un lato le aziende sanitarie e gli istituti di ricerca dove si svolgono le attività dei Centri Interregionali e dall’altro le Regioni che hanno il compito di promuovere la donazione degli organi,la formazione e la sicurezza.

Ecco, nel dettaglio, in che modo la legge regola le donazioni di organi. Una legge del 1999 e un decreto ministeriale del 2000 stabiliscono la cosiddetta regola del ‘silenzio/assenso’, ciò vuol dire che ad un cittadino che ha raggiunto la maggiore età viene chiesto di esprimersi circa la propria volontà di donare o meno gli organi: se egli non esprime nessuna preferenza automaticamente varrà il principio del silenzio che vale come un assenso.

Questa famosa legge, però, non è ancora entrata in vigore e per ora è previsto che il cittadino debba necessariamente esprimere un consenso o un dissenso esplicito. Come? Attraverso una dichiarazione di volontà che può essere espressa in diversi modi: scaricando dal sito www.daivalorellavita.it il modulo relativo alla dichiarazione di volontà; compilando il ‘tesserino blu’ del Ministero della Salute e conservandolo insieme ai documenti personali; registrando la propria volontà presso la ASL o presso il proprio medico di fiducia; rivolgendosi all’Associazione Italiana Donatori di organi oppure a qualche altra associazione simile; scrivere una nota olografa che si dovrà portare insieme ai documenti nella quale si indicano dati anagrafici, dichiarazione di volontà positiva o negativa, data e firma e che verrà considerata valida a tutti gli effetti. È bene ricordare che nel caso in cui non si esprima nessuna preferenza scritta, i familiari verranno chiamati a decidere ed è quindi consigliabile comunicare ai propri parenti (coniuge non separato, convivente, figli maggiorenni e genitori) quale sia la propria volontà.

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sabato 2 febbraio 2008

Scoperto un marker per la prognosi

Washington - Come nel caso della leucemia linfocitica cronica, del tumore al pancreas e di quello ai polmoni, anche per il carcinoma del colon lo schema di espressione di alcuni microRNA può avere un valore prognostico.

Lo hanno scoperto alcuni ricercatori del National Cancer Institute di Bethesda grazie all'analisi del profilo di espressione di diversi microRNA (corte sequenze di ribonucleotidi non codificanti) di tessuti tumorali e non tumorali prelevati a due gruppi di pazienti: 84 in Maryland e 113 a Hong Kong. Per ora, i ricercatori hanno individuato cinque microRNA i cui profili d'espressione permettono di discriminare tra tessuti tumorali e tessuti sani e, all'interno dei primi, tra tumori caratterizzati da differenti gradi di sopravvivenza e di risposta alle terapie. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of American Medical Association.

mercoledì 30 gennaio 2008

Il bendaggio gastrico fa regredire il diabete

Chicago - L'applicazione di un bendaggio gastrico per ridurre il volume dello stomaco, non serve solo per curare l'obesita', ma aiuta anche a combattere il diabete nei pazienti con molti chili di troppo. Fino a farlo addirittura regredire.

A dimostrarlo e' stato uno studio australiano, condotto alla Monash University di Melbourne e pubblicato sulla rivista Jama, da cui e' emerso che gli obesi affetti anche da diabete di tipo 2 che si sottopongono all'intervento, perdono piu' peso rispetto a quelli che cercano di dimagrire utilizzando metodi convenzionali, e soprattutto, riescono piu' facilmente ad ottenere una remissione della loro malattia diabetica. Un effetto che appare dovuto proprio alla capacita' dell'intervento laparoscopico, sviluppato da chirurghi italiani e belgi, di far perder peso. Obesita' e diabete di tipo 2, destinati probabilmente a diventare i due maggiori problemi di salute pubblica dei prossimi decenni, sono strettamente collegati, con la prevalenza del diabete che cresce al crescere della prevalenza dell'obesita'.

E il controllo del peso e' probabilmente il fattore piu' importante del controllo della glicemia e del diabete. Tuttavia, le attuali strategie dimagranti basate su dieta, attivita' fisica, modificazioni dello stile di vita e anche su interventi farmacologici, hanno un'efficacia limitata e quando anche hanno successo, riescono a far perdere solo pochi chili. In particolare, proprio nei diabetici. Recentemente si e' visto che la chirurgia bariatrica (interventi di gastroplastica, by-pass digiuno ileale, diversione bilio-pancreatica) riduce effettivamente l'incidenza del diabete negli obesi operati. Degli effetti della chirurgia per l'obesita' sul diabete conclamato, si sapeva pero' poco.

Dall'Australia e' giunta invece la notizia che il bendaggio gastrico, reversibile, effettuato in laparoscopia con tecnica mininvasiva e molto piu' diffuso degli altri interventi (complessi, traumatici e molto rischiosi), ha un'azione addirittura curativa sul diabete. Alla ricerca della Monash University hanno partecipato 60 pazienti diabetici e obesi con indice di massa corporea (Bmi) tra 30 e 40: a meta' di essi e' stato applicato il bendaggio gastrico, mentre l'altra meta' ha intrapreso un programma per dimagrire basato su dieta ed attivita' fisica.

Dopo due anni, l'intervento non aveva solo ridotto drammaticamente l'emoglobina glicosilata (che riflette il controllo della glicemia), ma aveva addirittura ottenuto la remissione del diabete in tre quarti dei casi: il diabete e' infatti praticamente scomparso in 22 dei 30 obesi operati (tasso di remissione del 76 per cento), ma solo in 4 di quelli che avevano tentato di perder peso con dieta ed esercizio (tasso di remissione del 15 per cento).

Il sorprendente effetto appare dovuto alla perdita di peso in se' piuttosto che all'approccio utilizzato: i pazienti in cui era stato applicato il bendaggio, infatti, hanno perso in media il 20 per cento del peso corporeo, mentre gli altri non sono riusciti a perdere nemmeno il 2 per cento. Probabilmente, se con la dieta e l'esercizio si riuscisse a perdere cosi' tanto peso, anche queste strategie consentirebbero di ottenere la remissione del diabete. Ma questo e' molto, molto piu' difficile. I risultati non significano che tutti i diabetici obesi debbano essere operati: l'applicazione del bendaggio gastrico e' pur sempre un intervento chirurgico, anche se eseguito in laparoscopia, non e' privo di rischi, ed e' costoso. Occorrera' percio' valutare accuratamente i vantaggi di una perdita rapida e consistente di peso con la conseguente possibilita' di tenere sotto controllo il diabete senza ulteriori terapie, contro il grado di obesita', la gravita' del diabete, rischi, costi ed esigenze del pazienti.

venerdì 11 gennaio 2008

Cancro al seno: scoperto ruolo di una proteina

DATI DELL'ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA' Bologna - Una proteina tradizionalmente associata al cancro della mammella fa impazzire le cellule sane. La scoperta di un gruppo di giovani ricercatori dell'Universita' di Bologna, pubblicata dalla rivista scientifica Journal of Clinical Investigation, una delle piu' prestigiose nel campo della medicina sperimentale, getta nuova luce sui primi passi dello sviluppo tumorale e apre la strada a nuovi approcci nella prevenzione e nella cura della malattia che ogni anno, solo in Italia, uccide undicimila donne.

La proteina "incriminata" e gia' nota si chiama "interleuchina 6": la ricerca dei giovani ricercatori bolognesi dimostra - come sottolinea la rivista - che non solo rende piu' aggressive le cellule tumorali, ma che induce anche un effetto "dottor Jekyll e mister Hyde" su quelle sane, che in sua presenza iniziano a dare segni di "pazzia" tipici del cancro. Lo studio dei ricercatori dell'Universita' di Bologna si intreccia inoltre con una delle nuove frontiere della ricerca medica oncologica, quella delle cosiddette cellule staminali tumorali: sono proprio queste ultime ad essersi mostrate sensibili all'interleuchina 6. "Le staminali sane, esposte all'interleuchina, iniziano ad assumere atteggiamenti tipici di quelle maligne - spiega Massimiliano Bonafe', 38 anni, a capo del team di ricercatori dell'Universita' di Bologna -. Cominciano a migrare, a spostarsi cioe' facendosi largo tra le altre cellule, sopravvivono in apnea, anche in ambienti poveri d'ossigeno, e tendono a crescere, contrariamente alle altre, anche in sospensione, prive di una base d'appoggio. Tutti segnali preoccupanti. Abbiamo inoltre osservato che, cosi' come le staminali del cancro, iniziano a produrre loro stesse altra interleuchina. E questo sembra rispondere ad un altro grattacapo, cui la scienza finora non aveva trovato soluzione: da dove proviene l'interleuchina in eccesso nelle pazienti con cancro al seno?".

Se si sapeva da tempo che questa proteina avesse una stretta relazione col tumore della mammella (non solo infatti si riscontra in abbondanza nelle pazienti, ma a concentrazioni piu' elevate corrispondono tumori piu' aggressivi), nessuno pero' finora era riuscito a spiegare come interagisse col tumore, e nemmeno cosa ne originasse l'eccesso. Conoscerla meglio, spiegano gli studiosi, e' importante anche perche' si tratta di una proteina che ci accompagna per tutta la vita, centrale in molti processi dell'organismo, normalmente con funzioni benefiche. "Aver trovato una prova del suo ruolo sull'innesco del tumore al seno - spiega Bonafe' - apre la strada a nuove strategie preventive e terapeutiche. Da un lato, anche in assenza di una diagnosi di tumore, l'aumento d'interleuchina potrebbe fungere da campanello d'allarme e suggerire una serie di accorgimenti preventivi al fine di scongiurare l'eventuale insorgenza del cancro. In secondo luogo, si potrebbero studiare e perfezionare farmaci o anticorpi in grado di neutralizzarne l'effetto. Nel Regno Unito ci sono gia' pazienti trattati in questo modo".

La scoperta e' frutto di un lungo e appassionato lavoro in laboratorio. Tra i ricercatori che piu' hanno contribuito alla sperimentazione Gianluca Storci, 34 anni di Bologna e Pasquale Sansone, 26, di Bari, impegnato nel secondo anno del dottorato in farmacologia e tossicologia dell'ateneo bolognese. I risultati raggiunti aprono ora nuove speranze su una malattia, il cancro al seno, che colpisce ogni anno in Italia oltre 36 mila donne (si stimano in 300 mila le donne malate, di cui 25 mila in Emilia Romagna).

martedì 8 gennaio 2008

Dall'unghia incarnita all'amputazione della gamba

Può un’unghia incarnita portare all’amputazione della gamba?

Alfredo Coppini, cinquantanovenne di Como, risponderebbe di sì perché è proprio ciò che gli è capitato. Affetto da numerose patologie, Coppini si era rivolto ad una clinica privata dove i medici avevano deciso di recidere l’unghia incarnita che gli causava dolori lancinanti. Le cose, però, non sono affatto migliorate a seguito del piccolo intervento: al contrario, i dolori sono aumentati, le patologie preesistenti si sono aggravate e le condizioni dell’uomo hanno spinto i suoi familiari a ricoverarlo in ospedale dove non c’è stata altra soluzione che amputargli la gamba sinistra. La Magistratura indagherà sull’accaduto per verificare se ci siano delle effettive responsabilità da imputare ai medici della casa di cura che decisero di asportare l’unghia incarnita.


Questo episodio permette di comprendere quali complicazioni può provocare una semplice unghia incarnita che viene trascurata o non viene trattata adeguatamente. I podologi sono concordi nel consigliare di non indossare spesso le scarpe da ginnastica e nemmeno calzature troppo strette che comprimono la parte; è consigliabile, inoltre, fare attenzione al modo in cui l’unghia viene tagliata: è bene evitare di fare un taglio di traverso ma in linea dritta, perchè in questo modo si scongiura il rischio che non si è tagliata una parte d’unghia nascosta sotto la carne e che, crescendo, questa diventi tagliente e laceri la pelle.


Nicoletta Campagna, presidente dell’Associazione Podologi Italiani, ricorda che gli strumenti più efficaci e sicuri per tagliare le unghie sono le forbicine o le tronchesi, mentre sono da evitare i tagliaunghie a forma di mezzaluna e consiglia di non togliere cuticole e pellicine in prossimità delle unghie perché svolgono un’importante funzione protettiva contro batteri e infezioni.


Con l’unghia incarnita non si scherza: può causare un’infezione molto dolorosa che può diffondersi lungo la gamba e provocare dolori molto forti. Curare un’unghia incarnita non è difficile per un podologo di provata esperienza: con uno strumento ad hoc riesce a intaccare la parte tagliente dell’unghia e a risolvere il problema. A seguito dell’intervento del podologo, il paziente dovrà seguire una terapia antibiotica per qualche giorno, assicurare alla parte ferita una corretta igiene ed evitare assolutamente scarpe strette e scomode.