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sabato 25 aprile 2009

Malaria: speranze da farmaco a doppia azione

Un farmaco antimalarico a doppia azione, che impedisce al parassita che porta la malattia di eliminare una sostanza tossica, privandolo delle difese genetiche che bloccano l'azione del chinino e del clorochinino, viene sperimentato da una equipe di ricercatori americani della Portland State University. Lo riferisce "Nature".

L'equipe guidata dalla dottoressa Jane Kelly precisa però che saranno necessari almeno dieci anni perchè il farmaco, un derivato di acridone, sia a disposizione di tutti.

Sono 250 milioni nel mondo, ogni anno, i casi di malaria e 880 mila i decessi. Il farmaco bersaglia il modo in cui le zanzare elaborano l'emoglobina dei globuli rossi, da cui ricavano gli amminoacidi di cui si nutrono. Il ferro ematico, prodotto secondario di questo processo, è tossico per il parassita della malaria trasportato dalle zanzare, il plasmodio, e deve essere convertito in un pigmento denominato emozoina.

Il farmaco impedisce questa conversione: l'effetto è lo stesso del chinino e del clorochinino impiegati per combattere la malaria.

Da anticorpi naturali nuovo vaccino anti-HIV

Dopo 25 anni di fallimento nella realizzazione di un vaccino contro il virus dell'Hiv, una nuova speranza arriva da un approccio innovativo che sfrutta un ampio spettro di anticorpi naturali posseduti da alcuni pazienti immuni al virus, anzichè utilizzare un solo 'super anticorpo'.

Un gruppo di ricercatori della Rockefeller University ha identificato un diverso pool di anticorpi nei pazienti con Hiv a lenta progressione, che sono in grado di tenere sotto controllo il virus grazie a un'azione combinata, proprio come farebbe un singolo 'super-anticorpo'. Lo hanno annunciato sulle pagine della rivista Nature.

I ceppi dell'Hiv hanno la capacità di mutare rapidamente, rendendosi avversari particolarmente ostici per il sistema immunitario dell'ospite. Ma un elemento viene condiviso praticamente da tutti i ceppi: una proteina dell'involucro chiamata 'gp140', necessaria per infettare le cellule.

Precedenti ricerche hanno mostrato che quattro anticorpi ingegnerizzati in modo casuale, capaci di bloccarre l'attività di tale proteina, sono in grado di prevenire l'infezione in cellule in coltura, ma tutti i tentativi per indurre l'organismo umano a produrli sono falliti.

Così Johannes Scheid, coordinatore dello studio, ha puntato l'attenzione sugli anticorpi prodotti da sei persone infettate dal virus, il cui sistema immunitario sembrava aver ingaggiato una strenua resistenza al virus.

Il fenomeno si verifica nel 10-20 per cento di tutti i pazienti, e porta a un controllo della proliferazione virale e a una progressione molto lenta della malattia. Le loro cellule B memoria producono alti livelli di anticorpi virali, ma finora nessuno è riuscito a comprendere appieno in che modo riescano a essere così efficaci.

In quest'ultima ricerca, da campioni di sangue di questi soggetti i ricercatori hanno isolato 433 anticorpi che hanno come bersaglio la proteina dell'involucro, e li hanno clonati e prodotti in grandi quantità analizzando quanto ciascuno di essi fosse efficace nel neutralizzare il virus.

Nel processo, è stata identificata una nuova struttura all'interno di tale proteina, chiamata 'gp120 core', che non era mai stata riconosciuta come potenziale bersaglio degli anticorpi. Come ha spiegato lo stesso Scheid, questi anticorpi hanno in comune la capacità di neutralizzare il virus, ma ciascuno di essi ha una limitata capacità di combatterlo.

Una strategia terapeutica basata su questa sinergia avrebbe anche il vantaggio di riconoscere un'ampia gamma di ceppi di Hiv, il che indica come la loro diversità possa costituire un notevole vantaggio, tenuto conto della capacità del virus di mutare.

La tarapia insulinica

L'insulina


L'insulina è un ormone proteico secreto da specifiche “zone” del pancreas (isole di Langerhans) che agisce sul fegato, stimolando la formazione di glicogeno e inibendo la conversione di sostanze diverse dai carboidrati in glucosio; l'insulina promuove anche la diffusione del glucosio attraverso le membrane cellulari e stimola la sintesi e l'immagazzinamento dei grassi nelle cellule adipose.

La secrezione dell'insulina è regolata dalla concentrazione di glucosio nel sangue. In una persona non affetta da diabete, l'insulina prodotta dal pancreas viene distribuita durante la giornata secondo un criterio molto semplice: essa viene prodotta ogni qual volta il fisico lo richiede. Quando la concentrazione di glucosio è alta, come dopo un pasto, il pancreas rilascia l'insulina; quando la glicemia diminuisce, la secrezione di insulina si riduce.
In particolare si può dire che essa viene liberata in una quantità definita "basale" (per permettere al fegato di produrre il glucosio utile alle funzioni fisiologiche) ed in una quantità superiore in prossimità dei pasti.

Nei pazienti affetti da diabete mellito si deve cercare di simulare al meglio la secrezione del pancreas, iniettando dall'esterno l'insulina necessaria al fisico.

Tipi di insulina


Vi sono diversi tipi di insuline: rapida, intermedia e protratta.

Insulina rapida
L'insulina rapida viene di solito utilizzata immediatamente prima dei pasti principali, in quanto agisce entro 15-30 minuti dall'iniezione.
La sua azione può essere vista graficamente come una curva in rapida salita (entro 15-30 minuti appunto) che raggiunge l'apice entro le 3 ore successive e si esaurisce entro le 6-8 ore.

Insulina intermedia
L'insulina ad azione intermedia ha invece la caratteristica di durare molto più a lungo, iniziando la sua azione dopo circa 90 minuti dal momento dell'iniezione, raggiungendo il picco massimo dopo 4-6 ore ed esaurendosi 12-20 ore dopo.
Viene usata per combattere l'iperglicemia del mattino, provocata dalla liberazione di zuccheri da parte del fegato subito dopo il risveglio; inoltre costituisce una buono base di insulinizzazione per tutta il resto della giornata.

Insulina protratta
La sua azione è molto ritardata (inizia circa dopo 180 minuti dalla somministrazione), raggiunge l'apice circa 6 ore dopo, e si esaurisce dopo circa 24-30 ore.

Le insuline possono essere mescolate tra loro e successivamente iniettate. Bisogna però avere l'accortezza di iniettarle subito, in quanto col passare del tempo, le loro peculiarità possono modificarsi dopo la miscelazione.
Questo è dovuto alla loro particolare composizione chimica: per esempio l'insulina rapida, fissandosi con lo zinco dell'insulina protratta, potrebbe rallentare notevolmente il suo effetto. A tal proposito va sottolineato che esistono alcuni tipi di insulina messe in commercio già miscelate, in modo da ridurre le possibilità di errore nei dosaggi ed eliminare le possibilità di contaminazione dell'insulina, causate dall'uso dello stesso ago durante la fase di miscelazione.

Somministrazione dell'insulina


Vi sono diversi apparecchi per la somministrazione dell'insulina: siringa; penna; micronfusore; iniettore.
Dal punto di vista dell'efficacia, delle dosi, e dei tempi di risposta, non esistono differenze significative tra i diversi tipi. La differenza sostanziale sta nella facilità e comodità d'uso.

Siringa
Si usano siringhe da insulina (40 UI/ml) graduate direttamente in UI.

Le siringhe possono essere usate più di una volta, purché si usino le seguenti precauzioni:

  • ricoprire l'ago dopo ogni uso con l'apposito cappuccio;
  • riporre la siringa in luogo fresco (+4°C);
  • non usarla più di tre volte;
  • non usarla oltre 12 ore dalla precedente iniezione;
  • non toccare mai l'ago con le dita o altri oggetti non sterili.

Bisogna tener presente che l'ago della siringa, proprio perché molto sottile, si usura con l'uso. Quindi è bene sostituirlo spesso, non solo per una questione di sicurezza, ma anche perché più lo si usa e più la puntura rischia di essere dolorosa.
Non usare mai siringhe utilizzate da altri, nemmeno se amici o parenti in quanto i rischi di infezione (AIDS, epatite) sono altissimi.

Si consiglia l'uso di siringhe usa e getta, che garantiscono un'elevata sicurezza igienica e – poiché di materiale plastico - sono resistenti agli urti e facilmente usabili in ogni condizione. Le siringhe attualmente in commercio, presentano numerosi vantaggi rispetto alle precedenti: non hanno spazio morto, riducendo la possibilità di formazione di bolle d'aria; hanno ago fisso e particolarmente sottile e acuminato; il pistone è perfettamente aderente alle pareti della siringa.

L'iniezione dell'insulina, va eseguita possibilmente in zone del corpo sempre diverse, soprattutto quando si usano terapie di tipo intensivo (3-4 iniezioni giornaliere), in modo da non sensibilizzare eccessivamente la zona dell'iniezione o creare lipo-ipertrofie.

Penna
La penna, o stiloiniettore, è un sistema molto semplice e comodo da usare e trasportare. Per questi motivi è adatto in particolar modo ai bambini. È fatto come una penna la cui ricarica è la fiala di insulina (flacone formato penfil), e la punta è l'ago della siringa.

I vantaggi che offre sono molti:

  • non ha bisogno di stare in frigorifero;
  • la quantità di insulina viene impostata con estrema semplictà: (si imposta su un selettore numerico);
  • si può usare l'ago più volte (meglio non più di tre);
  • è di dimensioni ridotte;
  • è estremamente robusta;
  • ne esistono modelli di diverse forme e colorazioni.

Un unico svantaggio: le unità predisposte non sono frazionabili.

Gli aghi vengono forniti sigillati e sterilizzati, in modo da prevenire qualsiasi contaminazione. Se si usano più tipi di insulina, è bene avere una penna per ogni tipo usato. Prima di ogni iniezione, è consigliabile buttare fuori una o due unità, in modo da rendere più precisa la dose iniettata.

Microinfusore
E' un apparecchio di dimensioni ridotte, costituito da una pompa di precisione che, su comando di circuiti elettronici miniaturizzati, inietta sottocute 24 ore su 24 le dosi d' insulina programmata. Normalmente viene portato alla cinta ed è alimentato da una piccola batteria. L'ago è costantemente inserito. Viene utilizzato prevalentemente quando il controllo metabolico non è realizzabile tramite le solite 3-4 iniezioni giornaliere, in particolare in gravidanza ed in occasione di interventi chirurgici. Normalmente viene quindi utilizzato in ambiente ospedaliero.

Iniettore
E' un apparecchio in grado di somministrare farmaci sottocute, senza l'ausilio di aghi. Producono un getto sottilissimo ad alta pressione, in grado di oltrepassare lo spessore della pelle. Normalmente sono usati per le vaccinazioni, anche se da poco si pensa di usarli anche per le iniezioni d'insulina.
Il vantaggio offerto da questo apparecchio è la riduzione del dolore rispetto alle somministrazioni effettuate in modo tradizionale.
Vi sono però alcuni elementi contrari all'utilizzo di tale metodo: l'insulina può subire modificazioni; possibile formazione di piccoli ematomi nelle sedi di iniezione; l'apparecchio è molto più scomodo e ingombrante rispetto ai sistemi tradizionali; è molto costoso.

Conservazione dell'insulina


L'insulina è un preparato particolare, che richiede alcune attenzioni nella sua conservazione per evitare che essa perda le sue caratteristiche naturali.

Se si è a casa, le fiale di insulina già in uso, possono essere conservate anche fuori dal frigorifero. Anzi, si consiglia la somministrazione del farmaco a temperatura ambiente, in quanto a temperature basse, l'iniezione può risultare dolorosa. Invece le confezioni di riserva, vanno tenute in frigorifero tra i +4° C e i +8° C. L'insulina non deve mai essere portata al congelamento.

Nel caso si debba intraprendere un viaggio piuttosto lungo, si consiglia di trasportare, se possibile, le insuline di riserva in borse frigo e di non lasciare mai l'insulina al sole o a temperature sotto lo zero. Portare con sé almeno una fiala di glucagone.

Effetti collaterali


L'uso di insulina iniettata dall'esterno, anche se si tratta di quella di tipo umano, provoca inevitabilmente la formazione nel proprio organismo di anticorpi anti-insulina.
Tali anticorpi possono provocare un allungamento dei normali tempi d'azione dell'insulina. Questo fatto, di per sé non grave, provoca una condizione favorevole ed una sfavorevole. La prima, protegge contro eventuali chetoacidosi nei casi in cui la somministrazione venisse ritardata per qualche ragione. La seconda, aumenta il rischio di ipoglicemie.
Sembra invece che gli anticorpi anti-insulina non influiscano sulla quantità di insulina di cui l'organismo ha bisogno.

martedì 18 marzo 2008

Ipertensione: in arrivo il vaccino

Londra - Una semplice iniezione potrebbe un giorno eliminare la necessita' di assumere farmaci contro la pressione alta: e' la nuova frontiera della lotta all'ipertensione secondo il team di ricerca della societa' biotech svizzera Cytos. Gli scienziati svizzeri hanno scoperto che questa sorta di vaccino, che agisce contro un ormone del sangue, riduce significativamente la pressione, si legge sulla rivista Lancet.

L'iniezione e' stata testata su 72 pazienti ipertesi e ha funzionato senza causare gravi effetti collaterali. Sia i ricercatori sia gli osservatori esterni commentano che si tratta di risultati promettenti ma che necessitano di ulteriori trial su piu' vasta scala. Ma il nuovo sistema potrebbe rappresentare un importante miglioramento per la vita di chi oggi deve prendere pillole ogni giorno. Il vaccino messo a punto dai ricercatori svizzeri agisce sull'ormone angiotensina, che fa restringere i vasi sanguigni e aumenta la pressione.

Sono state testate due diverse dosi: da 300 microgrammi e da 100, insieme a un placebo, somministrate all'inizio, dopo quattro settimane e dopo 12, per offrire al paziente una copertura di quattro mesi.

Diabete: nuovo farmaco da saliva della lucertola

Roma - E' stato creato "imitando" la natura, e piu' esattamente un enzima contenuto nella saliva di una rara e velenosa lucertola, il "Mostro di Gila", che consente al corpo di stimolare autonomamente la secrezione di insulina e di controllare cosi' la glicemia.

E' a disposizione anche in Italia il nuovo farmaco exenatide, unico trattamento non orale contro il diabete in grado di far perdere peso e di migliorare la funzionalita' delle cellule beta del pancreas, evitando al paziente malato di diabete di tipo 2 di sottoporsi alle iniezioni di insulina per almeno tre anni (questa l'efficacia testata). Il farmaco e' stato presentato al Bioparco di Roma, scelta non casuale visto che l'ospite d'onore della conferenza era proprio lei, la lucertola di Gila, rettile nordamericano che mangia solo tre o quattro volte l'anno, la cui saliva dal metabolismo prodigioso contiene un ormone, l'exendin-4, in base al quale la casa farmaceutica Lilly ha prodotto in laboratorio l'exenatide. Si tratta di un farmaco incretino-mimetico: in pratica "mima" l'azione di un ormone incretinico naturale (Glp-1), stimolando la secrezione di insulina.

"Il suo meccanismo d'azione - spiega Francesco Giorgino, direttore dell'U.O. di Endocrinologia presso il Policlinico di Bari - volto a recuperare la funzionalita' delle beta cellule, dimostra di essere efficace nel controllare la glicemia. Nel paziente non adeguatamente controllato dagli ipoglicemizzanti orali, exenatide puo' essere una valida alternativa alla terapia con insulina per via iniettiva".

I dati sono incoraggianti: l'80% dei malati che assumono l'exenatide (che negli Stati Uniti e' in commercio gia' da due anni) riscontrano la sua efficacia.

Inoltre il farmaco provoca un effetto collaterale particolarmente apprezzato soprattutto dalle donne, che infatti usano piu' degli uomini il nuovo trattamento: la perdita di peso. Progressivamente si puo' arrivare a perdere 12-13 chili, visto che exenatide causa un abbassamento del livello di sazieta', oltre a una sensazione di nausea (riscontrata dal 30% dei pazienti) che pero' scompare col tempo.

Un fattore importante, fa notare il presidente dell'Associazione Italiana Diabetici, Raffaele Scalpone, considerando che "solitamente con il passaggio all'insulina il diabetico deve fronteggiare oltre a un problema di natura psicologica anche un aumento di peso significativo. L'arrivo di exenatide puo' rappresentare una nuova strada che risolve, in parte, ma efficacemente, questo tipo di problemi". Evitando, gli fa eco Giorgino, anche "l'elevato rischio di complicanze cardiovascolari dovuto all'aumento di peso". Il farmaco e' stato inserito dall'Aifa in fascia A, ed e' quindi totalmente gratuito per i pazienti.

Usa: scienziati guariscono i topi dal diabete

Londra - Un gruppo di scienziati americani e' riuscito a liberare dei topi malati di diabete dagli effetti della malattia usando un cocktail di quattro farmaci. I topi, che avevano il diabete di tipo 1 o giovanile, hanno cominciato a produrre da soli l'insulina dopo aver preso il mix di medicinali. In passato lo stesso team della Harvard University era riuscito solo a fermare la distruzione delle cellule produttrici di insulina, non a rigenerarle. Oggi, come si legge sul New Scientist, unendo un altro farmaco al cocktail precedentemente sperimentato, sono riusciti anche in questo compito e sperano di poter presto cominciare i trial sull'uomo. L'ingrediente extra che ha permesso ai topi di tornare a produrre da se' l'insulina e' un enzima chiamato alfa 1 anti-tripsina, che ha avuto come effetto un aumento significativo di cellule beta e, sembra, anche una diminuzione dell'infiammazione del pancreas.

Il gel vaginale anti-hiv non funziona

Johannesburg - Una nuova doccia fredda nella ricerca per la prevenzione contro l'Aids. Il Carraguard, un gel vaginale studiato per prevenire la trasmissione del virus Hiv, non funziona, o non produce risultati statisticamente significativi. E' la conclusione a cui sono giunti i ricercatori del Population Council, che ha promosso i test sul farmaco durati tre anni. Questo gel e' stato pensato dagli scienziati per permettere alle donne di difendersi dalla trasmissione del virus Hiv senza che fosse necessario "convincere" il partner all'uso del preservativo.

Il test e' stato effettuato su 6.262 donne in Sudafrica. Meta' delle volontarie e' stata sottoposta all'uso del gel Carraguard mentre l'altra meta' ha applicato un gel placebo, e a tutte le volontarie sono stati consegnati anche dei preservativi. Delle donne che hanno usato il gel in sperimentazione 134 sono rimaste infette, solo 17 in meno rispetto al gruppo delle donne che ha usato l'altro gel. Questa differenza non e' stata valutata come statisticamente rilevante dai ricercatori, i quali sostengono che i test effettuati nei tre anni di prove non hanno portato a significativi risultati per cui si possa sostenere che il Carraguard riesca a prevenire la trasmissione del virus. Pero' questi risultati, secondo i ricercatori, inducono a pensare alla possibilita', in futuro, di incorporare al gel delle sostanze anti-retrovirali che siano in grado di uccidere il virus dell'Aids.

Influenza: creato un antivirus naturale

Londra - Un antivirus naturale, o meglio un modo per stimolare l'organismo a produrre da solo le difese immunitarie contro l'influenza, ma anche l'Aviaria, la Sars e altri potenziali virus. E' la scoperta effettuata dagli scienziati della McGill University, in Canada, e pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature.

Il processo scoperto in laboratorio non puo' essere applicato in cellule umane, ma e' potenzialmente in grado di favorire lo sviluppo di nuove efficaci terapie anti-virali. Il sistema agisce stimolando la produzione della proteina interferone, la cellula che costituisce la prima linea di difesa contro i virus. I ricercatori, utilizzando dei topi come cavie, hanno modificato in laboratorio proprio i due geni chiave che reprimono la produzione di interferone. In questo modo, le cellule dei topi hanno subito prodotto piu' alti livelli di interferone, che effettivamente hanno bloccato la riproduzione dei virus. Un test condotto su quattro virus, compreso quello dell'influenza, ha dato risultati molto promettenti.

"La gente e' stata preoccupata per anni sulle potenziali nuove epidemie virali, come l'aviaria - fa notare il capo dei ricercatore Naum Sonenberg - e se ora si possono avere i mezzi per sviluppare una nuova terapia per la lotta contro l'influenza, il potenziale e' enorme". E non sono state rilevare anomalie o effetti negativi derivanti da una maggiore produzione di interferone nei topi. Tuttavia, non si puo' cantare vittoria, come avverte il virologo John Oxford, della Queen Mary College School of Medicine di Londra: "Rafforzare il sistema immunitario innato sembra una buona idea ". Ma, ricordando un test di due anni fa a Londra, che ha lasciato molti giovani uomini in fin di vita, sottolinea che "questo sistema puo' essere un'arma a doppio taglio".

Allergie ai farmaci in aumento in Italia

Gli italiani sempre più sensibili ai farmaci. Lo rivela l’Osservatorio Nazionale sull’impiego dei medicinali (OSMED) che ha condotto un’indagine relativa al consumo dei farmaci nel periodo 2000/2006. In questi anni la quantità di farmaci assunti è aumentata di ben il 48% e gli esperti ipotizzano che la causa sia duplice: da un lato il progressivo invecchiamento della popolazione e dall’altro le strategie di mercato e pubblicitarie sempre più aggressive delle industrie farmaceutiche.

E le prospettive non sono migliori: si calcola infatti che nel futuro per ogni punto percentuale in più di popolazione che supera i sessantacinque anni si registrerà un aumento del 7% nel consumo dei farmaci.
Sempre più medicine sempre più allergie. E’ proprio questa la causa dell’incremento dell’incidenza di allergie ai medicinali registrata negli ultimi anni. Secondo le stime più recenti tra l’1 e il 10% della popolazione italiana ha avuto una reazione di allergia ai farmaci e una percentuale tra il 3 e l’8% è stata ricoverata a causa di uno di questi episodi. Attenzione, però, sottolineano gli esperti, a distinguere tra una reazione allergica e un effetto collaterale o una reazione avversa al farmaco: l’ideale è provare con una dose minima per accertarsi che non causi nessun problema.

Ma quali sono le allergie più comuni causate dai farmaci? I FANS, i tanto diffusi antinfiammatori non steroidei, possono provocare allergie alla pelle, mentre altri possono essere responsabili di crisi asmatiche e la penicillina può anche portare a una vera e propria crisi anafilattica.

Aspirina e tumore al colon: un benefico collegamento

Potere dell’aspirina: è stata pubblicata pochi giorni fa l’ultima ricerca che ha analizzato i potenziali effetti benefici del farmaco più utilizzato al mondo. Risultato: gli uomini che assumono regolarmente l’aspirina sarebbero maggiormente protetti dal tumore al colon. Autore di quest’ultima scoperta il dottor Andrew T. Chan del Massachusetts General Hospital di Boston che, con la sua equipe di ricerca, ha analizzato il possibile collegamento tra l’aspirina e il rischio-cancro su 47.000 uomini di età compresa tra i 40 e gli 87 anni che erano stati arruolati in uno ampio studio nazionale nel 1986.

Il follow-up è durato 18 anni e i ricercatori hanno eseguito controlli biennali: al termine dell’indagine erano stati registrati 975 casi di tumore colonrettale. Ebbene, anche tenendo conto dei più noti e ormai conclamati fattori di rischio per questo tipo di neoplasia, gli studiosi statunitensi hanno concluso che gli uomini che avevano riferito di assumere regolarmente l’aspirina, almeno due volte alla settimana, avevano un 21% di rischio in meno di sviluppare il cancro rispetto a quelli che non usavano il farmaco.

Però, spiegano gli scienziati, per ottenere il massimo beneficio è necessario che l’aspirina venga assunta regolarmente per almeno sei anni, così come dopo quattro anni dalla sospensione dell’assunzione non risultava più evidente nessun effetto benefico. Chan ha sottolineato sul numero di gennaio della rivista scientifica Gastroenterology che l’effetto sortito dall’aspirina dipende anche dalla dose che viene assunta: gli uomini che prendevano una compressa e mezzo di una pillola da 325 milligrammi alla settimana non mostravano alcuna riduzione del loro rischio di cancro; mentre quelli che assumevano tra le 6 e le 14 compresse alla settimana godevano di una diminuzione del rischio pari al 28%, che poteva salire addirittura al 70% se si superavano le 14 pillole alla settimana.

La Regione Veneto abolisce l’obbligo di vaccinazioni infantili anti-epatite B

Le infezioni da virus dell’epatite B da qualche anno in Italia colpiscono di preferenza giovani adulti non vaccinati. Il virus presenta un elevato potenziale di circolazione: rapporti sessuali, tatuaggi e piercing sono i veicoli preferiti dall’HBV”. Con queste parole Giovanni Battista Gaeta, professore di Malattie Infettive presso l’Università di Napoli, ha commentato una recente decisione della Regione Veneto che ha provocato non poche preoccupazioni da parte dell’AISF.

L’abolizione dell’obbligatorietà di vaccinazioni per l’infanzia deliberata dal Veneto non esclude le vaccinazioni anti-epatite B; l’AISF (Associazione Italiana per lo Studio del Fegato) ha però invitato a non abbassare la guardia nella lotta al virus HBV ed ha sottolineato l’importanza della pratica della vaccinazione di massa dei neonati e delle categorie a rischio, a partire da coloro che convivono con portatori cronici del virus al personale sanitario, dai tossicodipendenti sino ai soggetti politrasfusi.

La vaccinazione anti-HBV è, infatti, obbligatoria nel nostro Paese sin dal 1991 per tutti i neonati; questo schema è stato, peraltro, adottato da altri Paesi europei e occidentali, visto il successo riscosso in Italia. come ha spiegato Antonio Gasbarrini, segretario dell’AISF, “questa campagna ha condotto ad una marcata riduzione del numero dei portatori cronici del virus e alla quasi totale scomparsa dell’infezione tra bambini e adolescenti. Nonostante ciò, l’obiettivo del controllo definitivo del virus è lontano: sono poco meno di un milione i cittadini italiani che risultano portatori cronici del virus”.

sabato 15 marzo 2008

Caruso, Carosi e HIV

La vaccinazione terapeutica dovrebbe permettere la convivenza dell'organismo infettato con il virus tale da renderci "portatori sani"della malattia

Parte da Brescia la sperimentazione sugli esseri umani del vaccino terapeutico contro l'HIV. Il via libera arriva dall'Istituto Superiore della Sanità, dopo il superamento della fase preclinica, quella in cui la sostanza in procinto di essere sperimentata sull'uomo è stata prima sottoposta ad un lungo periodo di studio in laboratorio.
La sostanza è risultata non tossica ed efficace, per cui è ora possibile iniziare la prima fase clinica.
Sarà Enrico Garaci, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, ad annunciare l'avvio della sperimentazione in un incontro scientifico in programma per il 27 marzo alla Facoltà di Medicina dell'Università degli Studi di Brescia.
La sperimentazione di fase 1 su una ventina di pazienti, sarà curata, per la ricerca, dal prof. Arnaldo Caruso, ordinario di microbiologia dell'Università e responsabile del Reparto di Microbiologia pediatrica dell'Ospedale Civile, e per la clinica del prof. Giampiero Carosi, direttore dell'Istituto di Malattie infettive e tropicali dell'Università e del Dipartimento Malattie infettive del Civile.

"Studi effettuati dalla mia équipe hanno chiaramente dimostrato come la proteina di matrice del virus HIV, denominata p17, viene rilasciata dalle cellule infette promuovendo la proliferazione del virus e la sua diffusione all'interno del nostro organismo" - spiega Caruso. "Il virus, dopo aver legato la cellula bersaglio ed essere penetrato al suo interno, inizia a replicare. La cellula infettata produce grandi quantità di proteine virali che, in parte, andranno a formare nuovi virus e, in parte, verranno rilasciate nel microambiente extracellulare. Fra queste, vi è la p17 che, interagendo con una molecola espressa sulla superfice di altre cellule bersaglio del virus HIV, le attiva rendendole più suscettibili all'infezione e predisponendole a sostenere una ottimale replicazione virale".
Il prof. Arnaldo Caruso spiega che "se questa proteina venisse a mancare, il virus troverebbe un numero nettamente inferiore di cellule attive e, quindi, capaci di sostenere la replicazione. Una volta che il virus entra nell'organismo, vengono prodotti anticorpi verso zone non funzionali della p17. La proteina p17, infatti, ha un sito attivo molto specifico che non viene riconosciuto come immunogeno (sostanza in grado di provocare una risposta immune, ndr) dal sistema immunitario e, quindi, non attaccato da anticorpi".

A cosa serve la vaccinazione?
Essa ha il ruolo di inoculare nel paziente la sola porzione attiva della p17 resa immunogenica, cioè in grado di promuovere la formazione di specifici anticorpi, attraverso il legame con una proteina trasportatrice. La presenza degli anticorpi diretti verso la porzione funzionale della p17 ne bloccherà l'attività biologica.
"Il risultato finale atteso - continua Caruso - è quello di rallentare enormemente la capacità del virus di replicare e diffondersi nel nostro organismo. L'obiettivo finale della vaccinazione terapeutica, volta appunto ad arginare l'attività biologica della p17, è quindi la convivenza del nostro organismo con il virus dell'AIDS, promuovendo quella condizione clinica, non nuova ad altre infezioni virali, che permette di definire il paziente con il termine di portatore sano".

La ricerca, che porta alla sperimentazione in fase 1 del vaccino terapeutico per bloccare l'attività biologica del virus HIV, nasce da un'idea italiana ed è stata sviluppata interamente a Brescia.
Gli studi clinici volti ad appurare la sicurezza e l'immunogenicità del vaccino si svolgeranno, oltre che all'Istituto delle malattie Infettive del Civile, anche in altri tre centri a Milano, Torino e Perugia.
Terminata la prima fase di studio clinico - che durerà sei mesi ed inizierà probabilmente già prima dell'estate - a fronte di risultati positivi, si procederà ad effettuare la seconda fase di sperimentazione, volta a valutare l'efficacia del vaccino sull'uomo ed applicata, come prevede il protocollo, ad un ampio gruppo di pazienti. La terza ed ultima fase consiste in uno studio multicentrico con la sostanza inoculata ad un campione il più vasto possibile di persone.

Il vaccino che viene sperimentato a Brescia è definito terapeutico perchè è somministrato a persone già infette, anche se nella fase in cui il virus HIV è ancora asintomatico o, comunque, all'inizio della sua aggressionenei confronti dell'organismo. Dunque, un'ulteriore arma, quella del vaccino, per controllare l'evoluzione di una malattia che, malgrado l'evoluzione terapeutica degli ultimi anni, è ancora molto temibile.

venerdì 15 febbraio 2008

Il litio frena la progressione della Sla

Importante risultato ottenuto nello studio della sclerosi laterale amiotrofica (SLA) dalla ricerca italiana.

Grazie alla stretta collaborazione tra quattro istituti e' stato dimostrato che la somministrazione di litio rallenta significativamente la progressione di questa gravissima malattia neurodegenerativa e progressiva. Lo studio e' pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista "PNAS" (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) che gia' da qualche giorno ne aveva anticipato on-line i risultati. La ricerca apre nuove prospettive nella comprensione dei meccanismi molecolari alla base della Sla e nell'individuazione di strategie terapeutiche.

Attualmente, infatti, non esiste una cura per la malattia e per tentare di arginarne il decorso e' disponibile un solo farmaco dalla scarsa efficacia: il riluzolo. Al lavoro scientifico hanno partecipato l'Universita' di Pisa, l'Istituto Neurologico Mediterraneo (Neuromed) di Pozzilli, l'IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma e l'Universita' di Novara. Proprio la sinergia e il coordinamento tra questi istituti hanno permesso di ottenere con un unico studio un risultato di grande rilevanza sia in campo preclinico sia clinico. Il trial clinico e' stato condotto su un piccolo numero di pazienti, con risultati molto incoraggianti; ora dovra' essere confermato da uno studio piu' ampio. I ricercatori hanno anche indagato i meccanismi cellulari e molecolari alla base dell'efficacia terapeutica del litio. Utilizzando un modello murino di SLA e sistemi "in vitro" di cellule neuronali e linee cellulari hanno dimostrato, per la prima volta, che nella SLA l'autofagia (autodigestione cellulare) svolge un ruolo assai rilevante.

L'autofagia e' un processo cellulare che consente alla cellula di riciclare il proprio contenuto e di rimuovere selettivamente organelli danneggiati, per esempio i mitocondri. Lo studio ha evidenziato, in particolare, la capacita' del litio di indurre l'autofagia e di aumentare il numero dei mitocondri sia nei sistemi in vitro che nel modello murino della SLA. Non solo: e' stata anche dimostrata la capacita' del litio di stimolare la formazione di nuovi neuroni, diminuire la dannosa attivazione delle cellule gliali e diminuire la presenza di agglomerati proteici, molto tossici per le cellule nervose. La ricerca e' stata coordinata dal prof. Francesco Fornai dell'Universita' di Pisa e team leader presso il Neuromed, in stretta collaborazione con la dr.ssa Patrizia Longone e la dr.ssa Alida Spalloni del Laboratorio di Neurobiologia Molecolare della Fondazione Santa Lucia.

Un composto del pompelmo sarebbe capace di interrompere la produzione del virus dell’epatite C dalle cellule infette

Una ricerca condotta presso lo statunitense Massachusetts General Hospital Center for Engineering in Medicine (MGH-CEM) ha messo in luce i benefici scaturiti da un particolare composto del pompelmo e di altri agrumi che sarebbe in grado di interrompere la produzione del virus HCV da parte delle cellule infette.

In particolare, il team medico del MGH-CEM ha spiegato che il virus dell’epatite C è collegato alla vLDL, lipoproteina a bassissima densità, connessa all’insorgenza del cosiddetto colesterolo ‘cattivo’, quando secreta dalle cellule epatiche e che tale secrezione può essere interrotta dalla naringenina, un flavonoide piuttosto comune che genera quel gusto aspro che caratterizza proprio il pompelmo.

Come spiegato dal coordinatore dello studio, Yaakov Nahmias, sulle pagine della versione telematica di Hepatology, “i risultati ci indicano che sostanze coma la naringenina potranno essere combinate con le tradizionali terapie antivirali, contribuendo a ridurre o addirittura eliminare l’insorgenza di HCV in pazienti infetti”.

venerdì 8 febbraio 2008

Pillola del giorno dopo: difficoltà nella prescrizione

Roma - I medici di famiglia hanno serie difficoltà nel prescrivere la pillola del giorno dopo: c'è poca informazione, e il timore di commettere errori che potrebbero avere ripercussioni legali inducono molti medici a rifiutarsi di prescriverla. E' l'allarme lanciato da Giacomo Milillo, segretario della Federazione dei medici di medicina generale (la Fimmg).

La pillola è efficace nel prevenire una gravidanza solo se presa entro 24 ore (con un limite massimo di 72 ore, ma con effetti molto meno sicuri), ed è naturale per una donna che ha avuto un piccolo "imprevisto" con il proprio compagno rivolgersi al medico di famiglia, visto che può essere venduta solo con ricetta. Ma la situazione potrebbe complicarsi: "Sulla pillola c'è molta disinformazione - denuncia Milillo - e i medici non sono stati adeguatamente informati e aggiornati, non c'è stata alcuna presentazione del prodotto. Niente di strano se un medico di famiglia possa essere spaventato dalle polemiche che periodicamente infuriano su questi temi, e aver paura di commettere errori che potrebbero avere conseguenze legali". Anche perché, sostiene Milillo, "è in atto una campagna di persecuzione nei confronti dei medici, che sono sotto pressione quando devono decidere se prescrivere o no la pillola".

La Fimmg non ha una stima ufficiale su quanti medici sono obiettori ("ma è un'inchiesta che faremo", assicura Milillo), ma sicuramente non sono pochi: "Un medico può esercitare obiezione di coscienza anche sulla pillola, non solo sull'aborto - spiega Milillo - e a quel punto il paziente ha due alternative. O ritiene che il rifiuto del suo medico turbi il rapporto di fiducia, e quindi deve immediatamente scegliere un altro medico, oppure deve pretendere che il suo medico garantisca comunque il servizio, o prescrivendo lui stesso la pillola o più opportunamente garantendo all'assistito soluzioni diverse, come un altro medico o il Pronto Soccorso".

Il "Cialis" compie 5 anni, sorpassato il Viagra

Roma - Ribaltone nel mercato dei farmaci contro la disfunzione erettile: a 5 anni dal varo sul mercato, la pillola gialla del Cialis ha superato la storica pillola blu del Viagra. Nel 2007, infatti, sono stati 6.700.000 le pillole di Cialis vendute in Italia, contro le 6 milioni e mezzo del Viagra.

Il Cialis è stato lanciato sul mercato il 14 febbraio, giorno di San Valentino, del 2003, ed ha lo stesso principio di funzionamento del Viagra: si tratta di un inibitore della fosfodierestasi di tipo 5, che favorisce l'afflusso di sangue all'interno dei corpi cavernosi del pene. A cambiare rispetto alla pillola blu è un dettaglio non da poco: la durata dell'effetto. Il Cialis infatti ha una durata d'azione che raggiunge le 36 ore, contro le 8-12 ore assicurate dal Viagra. In sostanza, assumendo la pillola gialla la mattina si può essere "pronti" per il giorno e mezzo successivo.

E' questa probabilmente la chiave del successo del Cialis, che oltre ad aver sorpassato il Viagra a livello nazionale, è il farmaco per favorire l'erezione più venduto in province chiave come Roma (722mila pillole nel 2007 contro le 650mila del Viagra), Milano (595mila contro 517mila) e Napoli (375mila contro 338mila). Sono più "tradizionaliste", tra le altre, le province di Torino (273mila pillole di Viagra contro le 240mila di Cialis), Brescia (124mila contro 104mila) e Venezia (95mila contro 91mila). A trainare le vendite di Cialis a livello regionale, soprattutto gli exploit della Toscana (664mila pillole vendute contro le 560mila del Viagra), della Campania (607mila contro 540mila) e del Lazio (870mila contro 802mila). Lieve sorpasso anche in Lombardia (1 milione 98mila contro 1 milione 57mila), mentre Veneto, Piemonte e Puglia continuano a preferire il Viagra. In tutto, in cinque anni di vita, il Cialis ha venduto qualcosa come 22 milioni di pillole, in un mercato che ha visto vendere dal 1999 (anno del lancio del Viagra) 82 milioni di pillole complessive.

martedì 5 febbraio 2008

Farmaco anticancro paralizza 200 pazienti

New York - Una grande azienda farmaceutica cinese di proprietà statale è nell'occhio del ciclone.

La scorsa estate quasi 200 pazienti cinesi affetti da leucemia sono rimasti paralizzati per aver assunto un farmaco anti-cancro contaminato con una sostanza tossica. Le autorità cinesi regolatrici del farmaco che stanno effettuando le indagini hanno accusato la casa produttrice di aver insabbiato la vicenda e di aver chiuso lo stabilimento dove il farmaco sotto accusa veniva prodotto. Secondo quanto riferito in una inchiesta del New York Times, a dicembre sono finiti in manette due dirigenti dell'azienda, chiamata Shanghai Hualian, una divisione dello Shanghai Pharmaceutical Group, uno dei colossi farmaceutici del Dragone. L'azienda esporta medicinali in decine di altri paesi e negli Stati Uniti è il solo fornitore della pillola abortiva RU-486. Il farmaco antileucemico contaminato, che ha provocato serie conseguenze fisiche a quasi 200 pazienti in Cina, si chiama metotrexate.

Le prime denunce risalgono alla scorsa estate, quando alcuni pazienti ricoverati in un ospedale di Pechino, il People's Liberation Army No. 307, hanno iniziato ad accusare dolori alle gambe e in alcuni casi paralisi. Anche se la causa dei disturbi non era chiara, in seguito a questi episodi, le autorità hanno ritirato due partite del farmaco, ma l'azienda lo ha mantenuto in circolazione in quanto non erano emerse irregolarità nello stabilimento di produzione. Quando poi un altro farmaco prodotto nella stessa fabbrica ha iniziato a provocare reazioni avverse, ha preso forza il sospetto di contaminazione. A settembre, è stata accertato che i due farmaci erano stati contaminati nelle linee di produzione con solfato di vincristine, un terzo antitumorale. Solo a quel punto, è scattato l'allarme. Si stima che siano state complessivamente 53 le vittime nell'ospedale di Pechino e almeno 193 quelle a livello nazionale, ma mancano cifre ufficiali.

Secondo le interviste raccolte dal New York Times, circa metà dei pazienti che hanno assunto il farmaco non hanno ancora recuperato la capacità di stare in piedi da soli e camminare. Al momento l'accusa pendente sui vertici aziendali è quella di una sistematica copertura delle violazioni nella produzione. Probabilmente le procedure di fabbricazione di più farmaci erano adottate per abbassare i costi.

giovedì 24 gennaio 2008

Piante medicinali a rischio estinzione

Londra- Centinaia di piante medicinali sono a rischio estinzione.

L'allarme e' stato lanciato dal Botanic Gardens Conservation International (Bgci), un gruppo fondato nel 1987 a Londra di cui fanno parte 2.500 istituti botanici con sede in 120 Paesi. Secondo il Bcgi, le cause del fenomeno sono da individuarsi nella raccolta eccessiva di esemplari rari e nella deforestazione. Gli studiosi avvertono che la scomparsa di molte piante potrebbe danneggiare la medicina 'naturale', ma anche quella tradizionale, perche' piu' del 50 per cento dei farmaci su prescrizione sono derivati da sostanze chimiche individuate in primo luogo in piante.

A rischio sarebbe anche la ricerca di cure alternative contro malattie come il cancro e l'Aids, che potrebbe interrompersi "prima ancora della loro scoperta". Secondo le stime dei ricercatori sono circa 400 (su 70.000) le piante medicinali a rischio. Tra queste vi e' il tasso, dalla cui corteccia e' estratto il taxolo, un agente chemioterapico usato per il trattamento di alcune forme tumorali, prodotto, pero', anche attraverso processi di sintesi organica.

Ma anche il cactus hoodia, usato in origine dalle tribu' africane, come i Boscimani, per ridurre l'appetito e che ora potrebbe contribuire a risolvere una delle patologie piu' gravi dei Paesi ricchi: l'obesita'. Vanno verso l'estinzione, inoltre, la meta' delle specie di magnolia esistenti al mondo: una pianta che contiene l'honokiol, un principio usato dalla medicina tradizionale cinese per curare il cancro e trattare i sintomi iniziali delle malattie cardiache. Infine, vi e' il colchico autunnale, all'origine dei principali trattamenti naturali a malattie come la gotta e la leucemia. Se queste piante dovessero scomparire, l'unica soluzione sarebbe quella di produrre in laboratorio le sostanze da esse attualmente ricavate.

Aids: la Fda approva l'etravirine

Washington- Nuove speranze per i malati d'Aids. In Usa, l'ente che vigila sulla sicurezza dei medicinali (la Food and Drug Administration, Fda) ha dato il 'via libera' a un nuovo farmaco, destinato ai pazienti adulti risultati resistenti ad altri medicinali. Il farmaco, anche noto come TMC125 o etravirine, appartiene alla famiglia dei cosiddetti inibitori non-nucleosidi della transcrittasi inversa e aiuta a bloccare l'enzima di cui il virus Hiv ha bisogno per progredire.

Attualmente sono piu' di una ventina i farmaci approvati per la lotta all'Aids; e sono in grado di offrire un ampio ventaglio di opzioni ai pazienti, considerato che il virus puo' mutare e maturare resistenze. Quando e' usato con altri medicinali anti-Hiv e preso come prescritto, l'etravirine riduce la quantita' di virus presente nel sangue ed aumenta il numero dei globuli bianchi che rafforzano le difese immunitarie, diminuendo dunque il rischio di morte.

Arriva il "dente intelligente" che rilascia i farmaci

Palermo - Un "dente intelligente" che rilascia farmaci per la cura di tossicodipendenti, malati di ipertensione, ipertiroidismo, Alzheimer, cancro alla bocca, rimpiazzando pillole e iniezioni. E' la nuova frontiera della tecnologia farmaceutica, messa a punto da una dozzina di ricercatori palermitani, in collaborazione con colleghi israeliani, polacchi, tedeschi, svizzeri e spagnoli.

Il "dente" e' frutto del progetto "IntelliDrug", durato tre anni e finanziato dall'Unione europea con circa tre milioni di euro, che ha permesso di brevettare e far diventare realta' un nuovo dispositivo orale di rilascio del farmaco in modo intelligente, risposta ideale ai problemi delle persone che soffrono per la dipendenza dalla droga o per malattie permanenti. "Si tratta di una piccola protesi da posizionare al posto del dente del giudizio o di un apparecchietto provvisorio da applicare solo quando e' necessario rilasciare il farmaco, e consente ai pazienti di parlare e mangiare liberamente", spiega Libero Italo Giannola, 62 anni, associato del dipartimento di Chimica e tecnologie farmaceutiche dell'universita' di Palermo, premiato a Toledo come miglior ricercatore del progetto (insieme con il tedesco Axell Schumacher).

Il "dente intelligente" contiene il prodotto medicinale e un microchip che ne controlla la somministrazione in funzione delle necessita' del paziente per tutto il tempo necessario. Il contenitore dentale puo' essere ricaricato in modo semplice dallo stesso paziente, quando un dispositivo di controllo a distanza, una sorta di telecomando, glim segnalera' che e' necessario. Il sistema e' gia' stato sperimentato con successo in Israele su otto tossicodipendenti, trattati con il Naltrexone in dosaggio 111 volte minore rispetto all'assunzione per via orale ma egualmente efficace. Ora, dice Giuseppina Campisi, associato del dipartimento di Scienze stomatologiche dell'ateneo palermitano, si cerca un "partner commerciale per poter sperimentare questa nuova tecnologia con altri farmaci e su altre tipologie di pazienti"