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martedì 18 marzo 2008

Infarto: ricercatori italiani scoprono mutazioni responsabili

Verona - C'e' la mutazione di alcuni geni specifici dietro il rischio di infarto. In particolare si tratta di una serie di geni protrombotici, responsabili cioe' del processo di coagulazione, che se alterati espongono i soggetti portatori ad un elevato rischio di infarto del miocardio. Lo rivela uno studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista PLoS ONE, e' stato realizzato dall'equipe del professor Roberto Corrocher, direttore di Medicina Interna del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'ateneo veronese, con il contributo dei colleghi di Genetica Medica della Facolta' di Medicina e del professor Francesco Bernardi dell'Universita' di Ferrara.

L'originalita' del lavoro consiste nell'aver indagato gli effetti combinati dell'alterazione (polimorfismi) di una serie di geni normalmente codificati per le proteine della coagulazione. Studi precedenti si erano infatti concentrati solo sullo studio di singole mutazioni di singoli geni. Lo studio ha dimostrato che il rischio di infarto e' tanto maggiore quanto piu' alto e' il numero dei geni protrombotici alterati presenti nello stesso individuo, arrivando a raggiungere, nella situazione piu' sfavorevole, un incremento del rischio fino a sei volte maggiore.

La ricerca, nell'arco di cinque anni, ha sottoposto ad esame 804 soggetti, 489 dei quali con severa malattia coronarica, comprovata per via angiografica, i restanti con coronarie sane. Di questi 489, 307 erano infartuati, 182 senza episodi di infarto al miocardio. Lo studio ha dimostrato come con l'aumentare del numero di geni sfavorevoli aumentasse linearmente anche il rischio di infarto. Rispetto a soggetti con 3-7 geni alterati, quelli con un numero minore di 2 presentavano un rischio diminuito, mentre in quelli con un numero di geni alterati maggiore di 7 si e' riscontrato un corrispettivo aumento del rischio. Partendo dalla pratica clinica per cui, nonostante la presenza di documentata disfunzione coronarica avanzata, solo un sottoinsieme di pazienti sviluppa un infarto acuto durante il loro corso della vita, lo studio ha inteso spiegare le ragioni di questa suscettibilita' all'infarto a partire dalle differenze individuali, ancora poco conosciute.

La ricerca e' di particolare rilievo non solo per una maggiore conoscenza dei meccanismi che determinano l'infarto, ma potra' avere sviluppi sia per la prevenzione che per la cura. Infatti e' possibile ipotizzare l'individuazione in via preventiva dei soggetti particolarmente a rischio di infarto sporadico. In un prossimo futuro questa nuova scoperta potrebbe infine portare alla realizzazione di misure terapeutiche preventive e ''personalizzate'' attraverso studi di farmaco-genomica. La ricerca si e' svolta nell'ambito del piu' ampio progetto ''Verona Heart Study'' cui l'equipe guidata dal professor Corrocher lavora da 12 anni. Un progetto che, grazie al finanziamento del MIUR, della Regione Veneto e della Fondazione Cariverona, studia le interazioni tra fattori ambientali e corredo genetico individuale nell'insorgere delle malattie cardiovascolari. Proprio nell'ambito di questo progetto, qualche mese fa lo stesso gruppo aveva individuato il gene dell'infarto familiare e dell'aterosclerosi precoce. Dopo due anni di collaborazione con il dipartimento di Molecular Cardiology & Cardiovascular Genetics dell'Universita' di Cleveland, l'equipe veronese aveva dimostrato la presenza esclusiva di una variante del cromosoma 1 nei pazienti affetti da infarto miocardio di tipo familiare.

martedì 12 febbraio 2008

Le molecole microRNA sarebbero in grado di predire il tasso di sopravvivenza in individui con cancro al fegato

Secondo una recente ricerca condotta negli Stati Uniti, un gruppo di semplici molecole (frammenti di materiale genetico) denominati emblematicamente microRNA, sarebbero in grado di individuare con largo anticipo il tasso di sopravvivenza in soggetti colpiti da cancro al fegato.

Gli scienziati dell’Ohio States Comprehensive Cancer Center coordinati dal dottor Thomas D. Schmittgen hanno esaminato campioni provenienti da 43 tumori epatici (2/3 di essi con epatite e cirrosi), 28 dei quali venivano confrontati con campioni non tumorali coevi e con campioni di sei fegati normali.

Secondo gli studiosi, dopo queste importanti comparazioni, emergevano importanti differenze nei livelli di microRNA e, in particolare, una relazione tra i livelli di microRNA delle cellule cancerose e i tempi di sopravvivenza in 25 individui per i quali risultavano disponibili i dati di sopravvivenza.

Gli studiosi hanno, poi, rilevato che ai pazienti con cancro epatico che mostravano i più bassi tassi di sopravvivenza era associato un più basso livello di 19 specifici microRNA, se confrontati con pazienti con un più alto tasso di sopravvivenza seguiti per un periodo di follow-up di 16 anni, come spiegato sulle pagine della rivista scientifica Clinical Cancer Research.

venerdì 8 febbraio 2008

Creato primo embrione umano con tre genitori

Londra - Creato in laboratorio un embrione umano con tre genitori diversi. Questa nuova tecnica, scoperta da un gruppo di ricercatori dell'Università di Newcastle, rappresenta un passo importantissimo verso la possibilità di eliminare definitivamente un'ampia classe di malattie ereditarie, tra cui alcune forme di diabete e distrofia muscolare. Gli embrioni umani sono stati creati utilizzando il Dna di un uomo e di due donne.

In pratica i ricercatori di Newcastle hanno effettuato con successo un trapianto di mitocondri nell'embrione. Si tratta di piccoli organelli che si trovano fuori dal nucleo, nel citoplasma della cellula e che contengono parte del dna cellulare. Per arrivare al loro obiettivo i ricercatori hanno prima fecondato un ovulo e poi, prima che questo iniziasse a differenziarsi, ne hanno estratto il nucleo che è stato inserito in un ovulo sano di un donatore.

Nonostante il nucleo sia stato inserito nell'ovulo di un donatore, l'unica informazione genetica rimasta dell'ovulo sano riguarda quella piccola parte che controlla la produzione di mitocondri, circa 16 mila basi su 3 miliardi che costituiscono il genoma umano. In questo modo, una volta fatto nascere il bambino, questo non dovrebbe assumere le sembianze del donatore. Per verificare questa ipotesi i ricercatori hanno provato questa tecnica sui topi.

L'aspetto dei figli nati dalle cavie, nonostante avessero elementi genetici di tre genitori diversi, non sembra essere stato influenzato dall'ovulo sano del terzo topo. Infatti, il Dna nucleare, che influenza l'aspetto e altre caratteristiche, apparteneva soltanto ai due dei genitori. Tuttavia, i ricercatori hanno precisato che il successo di questi primi esperimenti riguarda soltanto una fase iniziale. Pertanto, per il momento non si può parlare di nuovi trattamenti.

martedì 5 febbraio 2008

Sperma dal midollo di donna

Londra - Sperma dal midollo della donna, che renderebbe di fatto l'uomo "superfluo" per la procreazione, ma anche ovuli dal midollo di un uomo, che per la prima volta potrebbe finalmente "fare da se'" e provare l'ebbrezza di un concepimento senza femmina.

Non e' una chimera, ma il risultato soprendente di alcune ricerche scientifiche in diversi laboratori nel mondo, che se fossero confermate dalla sperimentazione umana potrebbero rendere il fare l'amore con una persona di sesso opposto per generare un figlio un ricordo del passato, tutt'al piu' un piacere un po' demode'. Il risultato piu' sorprendente, riportato dalla rivista New Scientist, e' quello di Karim Nayernia, biologo dell'Universita' di NewCastle: con il suo staff si dice in grado di convertire le cellule del midollo osseo femminile in sperma, e quelle del midollo maschile in ovuli.

Una sorta di "autoriproduzione", gia' allo stadio avanzato sui topi di laboratorio, che utilizza un massiccio bombardamento di sostanze chimiche e vitamine per "convincere" le staminali del midollo a diventare spermi o ovuli in grado di fecondare o essere fecondati. Entro due anni, garantisce Nayernia, potra' essere creato sperma 'femminile' al primo stadio, ed entro cinque sara' pronta la prima cellula spermatica autoprodotta da una donna in grado di fecondare. Una rivoluzione copernicana che potrebbe consentire anche agli omosessuali di fare figli, fermo restando che l'utero di una donna resta imprescindibile (almeno fino a qualche altra scoperta rivoluzionaria) per portare a termine una gravidanza. Risultati sorprendenti anche per il team di ricerca dell'Istituto Boutantan a San Paolo del Brasile, dove sono stati sviluppati spermatozoi e ovuli partendo dalle cellule staminali di embrioni di topi maschi.

Le stesse tecniche, una volta messe a punto, potrebbero se non altro consentire il prelievo di staminali da donatori adulti senza dover ricorrere agli embrioni. Senza contare la possibilita' di procreare che verrebbe offerta quasi "miracolosamente" a malati di cancro divenuti infertili, o alle coppie infertili in senso assoluto. Certo, i problemi ci sono: intanto, da ovuli e spermi creati dalla donna nascerebbero solo donne, vista la mancanza del cromosoma Y; e poi i topi che hanno fatto da cavia non se la passano benissimo, e manifestano problemi di salute alcuni mesi dopo gli esperimenti. Senza contare le infinite problematiche etiche, che pero' gli autori delle ricerche respingono al mittente, in nome, assicurano, "del progresso della scienza".

sabato 2 febbraio 2008

Scoperto un marker per la prognosi

Washington - Come nel caso della leucemia linfocitica cronica, del tumore al pancreas e di quello ai polmoni, anche per il carcinoma del colon lo schema di espressione di alcuni microRNA può avere un valore prognostico.

Lo hanno scoperto alcuni ricercatori del National Cancer Institute di Bethesda grazie all'analisi del profilo di espressione di diversi microRNA (corte sequenze di ribonucleotidi non codificanti) di tessuti tumorali e non tumorali prelevati a due gruppi di pazienti: 84 in Maryland e 113 a Hong Kong. Per ora, i ricercatori hanno individuato cinque microRNA i cui profili d'espressione permettono di discriminare tra tessuti tumorali e tessuti sani e, all'interno dei primi, tra tumori caratterizzati da differenti gradi di sopravvivenza e di risposta alle terapie. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of American Medical Association.

Il tè verde potrebbe arginare il deposito di grassi nel fegato: studio USA su modelli animali

Alcuni estratti del tè verde sarebbero in grado di interrompere l’insorgenza di depositi di grasso nel fegato e garantire alcuni benefici nella lotta all’obesità: è quanto spiegato da un team statunitense che ha condotto uno studio su topi da laboratorio.

La malattia del fegato grasso, che colpisce solo negli USA ben 40 milioni di cittadini, è il più silenzioso e temibile complice dell’obesità, come spiegato sul Journal of Nutrition dal team di Richard Bruno della University of Connecticut.

Secondo i dati della ricerca, i topi obesi che erano nutriti con una dieta a base di estratti di tè verde erano del 23/25% più ‘magri’ dei topi nutriti normalmente; inoltre, anche le misurazioni di alcuni enzimi del sangue – utilizzati come markers del danno epatico – mostravano come una dieta con estratti di tè verde fosse da associare ad una migliore attività epatica generale (41% contro il 30%).

Successivi studi approfondiranno – come anticipato da Bruno – le possibili applicazioni del tè verde che, attraverso le catechine, svolge un’attività antimutagena e anticancerogena.

Lo sport allunga la vita, basta misurare i telomeri

La sedentarietà non solo fa male alla salute ma accorcia la vita. A rivelarlo è Lynn Cherkas, ricercatrice del King’s College di Londra, che ha recentemente condotto un esperimento finalizzato a valutare l’impatto che lo sport - o il suo contrario – hanno sull’età biologica.

Gli studiosi coordinati dalla Cherkas hanno arruolato 2.401 coppie di gemelli, prelevando loro campioni di sangue, e hanno focalizzato la loro attenzione sui telomeri: una specie di unità di misura per calcolare l’età dei cromosomi. Con il passare degli anni, infatti, i telomeri – frammenti di DNA che rivestono le estremità dei cromosomi proteggendoli da potenziali danni - si accorciano sempre di più seguendo la vita biologica della cellula fino alla sua morte, ma – stando ai risultati ottenuti presso i laboratori britannici – se una persona è più o meno sedentaria la lunghezza dei telomeri si accorcia più o meno rapidamente. I ricercatori londinesi hanno anche chiesto a tutti i soggetti arruolati nell’esperimento di compilare dei questionari finalizzati a valutare il loro stile di vita: cosa fossero soliti mangiare, se fumassero, che stile di vita seguissero e soprattutto se praticassero o meno un’attività sportiva.

Dall’analisi finale dei dati e da quella della lunghezza dei telomeri non restano dubbi: lo sport è strettamente correlato alla lunghezza dei telomeri. Esaminando, ad esempio, i globuli bianchi, gli scienziati hanno verificato che in media i telomeri perdono ogni anno 21 piccole parti, chiamate nucleotidi, ma il numero risultava minore negli uomini e nelle donne fisicamente attivi.

Secondo quanto riferito sull’ultimo numero degli Archives of Internal Medicine, che ha pubblicato i risultati, sarebbero sufficienti 3 ore e mezzo di movimento a settimana per vedere accorciarsi sempre più lentamente i telomeri, mentre i telomeri più corti erano osservabili tra le persone che non dedicavano ad un’attività fisica più di sedici minuti alla settimana (nei più pigri i telomeri erano più corti di 200 nucleotidi rispetto ai più attivi).
Abbiamo calcolato che una persona fisicamente attiva mostra un’età biologica inferiore fino a dieci anni rispetto a un coetaneo che conduce una vita sedentaria” ha concluso la studiosa londinese che ha aggiunto che le persone fisicamente inattive sarebbero maggiormente vulnerabili ai danni causati alle cellule dallo stress ossidativo e dalle infiammazioni, nonché allo stress che può essere facilmente ridotto grazie a una sana attività sportiva.

giovedì 24 gennaio 2008

Parte il progetto "Genoma 1000": via alla mappa di tutte le malattie

ROMA - Mille persone - tra cui anche un gruppo di volontari toscani - scriveranno un nuovo capitolo nella storia del genoma umano con dettagli assolutamente senza precedenti. L'obiettivo è quello comporre la prima completa mappa dei geni delle malattie, rare e meno rare.

Costo 30-50 milioni di dollari, è "1000 Genomes Project", un nuovo progetto genoma 'moltiplicato 1000', dalla potenza maggiore rispetto a quello già realizzato, perché con nuove tecnologie di sequenziamento del Dna si scoveranno, tra i genomi dei 1000 volontari, anche le più piccole differenze. E' proprio in queste differenze, infatti, che si annidano i segreti di moltissime malattie umane, visto che il Dna umano è identico al 99 per cento.

Lanciato da un consorzio internazionale di ricercatori, sarà diretto dal Wellcome Trust Sanger Institute di Hinxton (GB), dall'Istituto di Genomica di Pechino, e dal National Human Genome Research Institute (NHGRI), parte dei National Institutes of Health (NIH) in Usa.

Nella prima parte del progetto, che durerà un anno, si scalderanno i motori sequenziando il Dna di due famiglie e 180 individui. Nella fase successiva, per la durata di due anni, gli scienziati analizzeranno qualcosa come 8,2 miliardi di lettere di Dna al giorno (basi), l'equivalente di oltre due interi genomi umani ogni 24 ore.

Il progetto, che prende le mosse dal precedente 'Hap Map' in cui sono state isolate le prime variazioni genetiche legate a malattie si propone di analizzare una mole di dati senza precedenti e potrà farlo perché le tecnologie al servizio della genetica sono aumentate e contemporaneamente i costi diminuiti. "Basti pensare - spiega Giuseppe Novelli, genetista dell'Università di Roma- Tor Vergata - che se nel 2001 ci voleva, diciamo così, un euro a gene, ora il costo è di un centesimo; inoltre che in soli sei mesi, da aprile a settembre 2007, sono più che raddoppiati i geni legati a malattie scoperti".

"Il progetto esaminerà il genoma umano in un dettaglio mai tentato prima" ha dichiarato Gil McVean, dell'Università di Oxford e co-presidente del consorzio, "una scala immensa; con sei milioni di miliardi di basi genererà in tre anni una mole di dati 60 volte maggiore di quanti ne siano stati depositati in tutti i database genetici negli ultimi 25 anni". E potrebbe permettere finalmente per la prima volta di calcolare in modo clinicamente significativo il rischio genetico di contrarre alcune malattie.

(22 gennaio 2008)

Primo embrione-clone umano da cellule pelle

Per la prima volta al mondo e' stato creato un embrione-clone umano a partire da una cellula della pelle.

L'annuncio del successo, che apre le porte all'uso di cellule staminali su misura, e' stato dato sulla rivista Stem Cells. Finora, l'unico embrione-clone era stato generato nel 2005 dai ricercatori della Newcastle University (Gb) utilizzando cellule staminali adulte, che pero' sono piu' difficili da prelevare nel paziente. Il nuovo embrione, invece, e' nato utilizzando la cellula della pelle di un uomo, il cui Dna e' stato introdotto in un ovulo femminile, dal quale era stato estratto il nucleo. La tecnica, chiamata trasferimento nucleare di cellule somatiche, e' ben nota.

E' la stessa tecnica con la quale nel 2005 il coreano Woo Suk Hwang del Seoul National University aveva annunciato di essere riuscito a ottenere le cellule staminali embrionali 'personalizzate', ma la sua ricerca poi si rivelo' fraudolenta. I ricercatori americani della Stemagen, l'azienda di La Jolla, in California, hanno ottenuto l'embrione-clone utilizzando cellule somatiche di due uomini e gli ovuli di tre donne. Hanno cosi' creato 21 embrioni, cinque dei quali sono sopravvissuti e cresciuti fino allo stato di blastocisti, in cui l'embrione e' formato da circa 40-72 cellule.

A questo stadio di sviluppo, si sono gia' formate le cellule staminali embrionali, che hanno lo stesso patrimonio genetico del donatore (quello a cui e' stata prelevata la cellula della pelle). Queste cellule totipotenti hanno la capacita' di differenziarsi in qualunque cellula del corpo, e quindi potrebbero in futuro diventare una officina vera e propria di ricambio di organi o parti del corpo.

Staminali cordone ombelicale, ok a conservazione

Le commissioni Affari Costituzionali e Bilancio riunite congiuntamente hanno approvato un emendamento a prima firma Donatella Poretti al decreto mille proroghe, che permettera' la conservazione autologa e anche presso banche private delle staminali del cordone ombelicale.

Lo riferisce Poretti, parlamentare radicale della Rosa nel Pugno, segretaria della Commissione Affari Sociali e membro della giunta dell'Associazione Coscioni, spiegando che l'emendamento e' stato approvato all'unanimita' con il parere favorevole di entrambe i relatori delle due commissioni e del Governo. Il testo prevede la proroga al 30 giugno 2008 del termine per la predisposizione di una rete nazionale di banche per la conservazione di cordoni ombelicali; "a tal fine, e per incrementare la disponibilita' di cellule staminali del cordone ombelicale ai fini di trapianto, e' autorizzata la raccolta autologa, la conservazione e lo stoccaggio del cordone ombelicale da parte di strutture pubbliche e private autorizzate dalle regioni o dalle provincia autonome, sentiti il CNT e il CNS. La raccolta avviene senza oneri per il SSN e previo consenso alla donazione per uso allogenico in caso di necessita' per paziente compatibile".

martedì 15 gennaio 2008

Arriva la terapia genica per riparare i tendini

Roma - La terapia genica potrebbe permettere presto di riparare i tendini in maniera piu' rapida ed efficace. Un team di ricercatori dell'Universita' inglese di Rochester, si legge sul sito web del network pubblico 'Bbc', hanno sperimentato con successo sui topi l'impianto di ceppi cellulari, trattati con terapia genica, per curare lesioni comparabili a quelle che possono interessare il tendine flessore della mano umana.

La terapia genica consente non solo di evitare il rigetto, ma anche di permettere una migliore aderenza del tendine al tessuto. In seguito all'auto-trapianto, la tecnica piu' consueta per riparare i tendini, e' infatti comune riscontrare fenomeni infiammatori o di cicatrizzazione che pregiudicano il recupero della funzionalita' dell'arto. I topi trattati con terapia genica, 28 giorni dopo l'operazione, avrebbero invece recuperato quasi il 65 per cento delle loro capacita' motorie originarie.

Il dottor Regis O' Keefe, tra i membri del gruppo di ricerca, alla 'Bbc' ha spiegato come un ulteriore vantaggio sia costituito dalla possibilita' di mantenere per lungo tempo i frammenti tendinei in stato di crio-conservazione. "Il tendine e' molto durevole, e puo' essere congelato e disseccato piu' volte senza danni", ha affermato O' Keefe. "Siamo consapevoli che gli interventi sono stati svolti sui topi, e che c'e' ancora da lavorare, ma siamo certi che questi risultati promettono progressi consistenti, se non rivoluzionari, nella chirurgia ricostruttiva".

Creato "cuore bio-artificiale" da cavia morta

Parigi - Un gruppo di ricercatori statunitensi e' di fatto riuscito a "resuscitare" il cuore di una cavia di laboratorio creando un "cuore bio-artificiale" funzionante. Una tecnica che se estesa all'uomo potrebbe portare alla creazione di scorte illimitate di organi di ricambio in grado di salvare le decine di migliaia di pazienti in attesa di un trapianto.

La tecnica sviluppata da un'equipe del 'Center or Cardiovascular repair' della University of Minnesota e pubblicata nel 'British journal Nature Medicine', si chiama "decellularizzazione". Nell'esprimento i ricercatori "strappano" tutte le cellule di un organo - in questo caso il cuore di un topo morto - utilizzando un potente "detergente". Cio' che resta e' un'impalcatura formata dalle proteine secrete dalle cellule. In questa matrice e' stato iniettatato un mix di cellule prese dal cuore di un topo neonato.

La nuova struttura, posta in una camera sterile, dopo solo quattro giorni ha iniziato a contrarsi, come farebbe un normale tessuto cardiaco, ma all'ottavo giorno l'organo che ha assunto le sembianze di un cuore ha iniziato a pompare. Altre equipe sono riuscite a sviluppare porzioni limitate di tessuto cardiaco vivente in laboratorio ma mai un intero cuore bio-artificiale. L'obiettivo del team guidato da Doris Taylor e' "sviluppare organi formati dalle cellule dello stesso paziente da trapiantare", evitando crisi di rigetto.

Gli scienziati intendono utilizzare le nuove tecniche di ricerca sulle cosiddette "staminali etiche" (sviluppate non da embrioni ma rigenerando le quelle della pelle) capaci di trasformarsi in qualsiasi tessuto umano. Nell'esperimento il cuore bio-artificiale resuscitato si contraeva e pompava con un'intensita' equivalente al due per cento di quello di un topo vivo Taylor e il suo team stanno lavorando per sviluppare una tecnica di riciclo di organi di cadavere piu' efficiente e di impiantarli nell'addome di altre cavie per verificare che il nuovo organo riesca a tenerli in vita. Malgrado non se ne facciano riferimento nello studio i ricercatori della University of Minnesota hanno applicato la tecnica con successo al cuore del maiale, molto piu' simile per dimensioni e complessita' a quello umano.

martedì 8 gennaio 2008

Cancro alla mammella: una molecola per la prognosi

Londra - E' stata individuata nei laboratori del Campus IFOM-IEO di Milano una spia molecolare in grado di predire la prognosi del tumore alla mammella.

Si chiama NUMB ed e' in grado di regolare la proteina p53, una delle proteine fondamentali per mantenere integro il Dna e proteggere l'organismo da danni genetici che inducono il cancro. Senza NUMB, p53 non funziona piu' e il tumore ha una prognosi meno favorevole ed e' anche resistente alla chemioterapia. I ricercatori lo hanno scoperto, con una serie di esperimenti su cellule di tumore umano della mammella. Assai interessanti sono le prospettive di applicazione clinica della scoperta.

''Con NUMB - ha spiegato Pier Paolo Di Fiore, Direttore Scientifico dell'IFOM, Ordinario di Patologia Generale all'Universita' degli Studi di Milano e uno dei due autori principali dello studio - abbiamo a disposizione un nuovo biomarcatore da utilizzare come indicatore prognostico del tumore della mammella. E, con uguale se non superiore rilevanza clinica, abbiamo un nuovo 'circuito' molecolare da modulare farmacologicamente per ripristinare le condizioni di normalita'''.

L'impiego di NUMB come indicatore prognostico e' praticamente attuabile da subito: basta valutare la quantita' di NUMB presente nel tessuto prelevato dai pazienti. La ricerca e' stata pubblicata su Nature.

mercoledì 2 gennaio 2008

Des progrès dans la recherche sur la myopathie de Duchenne

La première étape d'une nouvelle approche pour traiter la myopathie de Duchenne, actuellement incurable, vient d'être validée par un essai dit de phase 1. Menée par la société de biotechnologie Prosensa et le centre médical de l'université néerlandaise de Leyde, cette étude a été publiée, jeudi 27 décembre 2007, dans le New England Journal of Medicine. Elle a été financée par l'Association française contre les myopathies (AFM), grâce au Téléthon. Les chercheurs ont "sauté" la mutation génétique responsable de cette grave maladie et provoqué la production de la protéine jusqu'alors absente chez les quatre patients participants.


Ne touchant que les garçons - les filles peuvent cependant transmettre la maladie à leurs enfants -, la dystrophie musculaire de Duchenne est une myopathie qui affecte près d'un nouveau-né sur 3 500. Elle se traduit par un affaiblissement progressif de la force des muscles squelettiques, une atteinte du muscle cardiaque et une insuffisance respiratoire. Des atteintes cérébrales sont également possibles. Elle aboutit presque inéluctablement à confiner les enfants dans un fauteuil roulant vers l'âge de 12 ans. Les progrès de la prise en charge ont permis de prolonger leur vie jusqu'à un âge pouvant aller de 25 à 35 ans.

La myopathie de Duchenne résulte d'une mutation d'un gène qui code normalement la production d'une protéine appelée dystrophine, indispensable à l'intégrité des cellules musculaires. Cette mutation empêche la synthèse de la protéine. Des altérations moins importantes aboutissent à une forme atténuée de myopathie, avec une production de dystrophine seulement tronquée. Ce constat a fait naître l'idée d'orienter la maladie vers sa forme la moins sévère.

La mutation génétique en cause affecte une portion codante de l'ADN, appelée exon. L'exon muté se retrouve dans l'ARN, support génétique de la synthèse des protéines, modelé sur l'ADN. Gert-Jan van Ommen et ses collègues de l'université de Leyde ont eu recours au "saut d'exon" : cette technique fait appel à des morceaux d'ADN synthétisés en laboratoire, les "oligonucléides antisens", qui se collent comme du ruban adhésif à l'ARN, au niveau de la mutation. L'exon défectueux est ainsi mis hors circuit.

L'essai présenté est destiné à valider la faisabilité de la thérapeutique et à s'assurer de sa bonne tolérance. Il portait sur quatre enfants de 10 à 13 ans, atteints de la myopathie de Duchenne et ne présentant aucun signe de production de dystrophine. Les chercheurs leur ont injecté par voie intramusculaire, dans la jambe, un composé synthétique antisens.Un prélèvement de cellules musculaires a été effectué 28 jours après cette injection.

Des fibres musculaires porteuses de dystrophine ont été retrouvées dans les différents prélèvements effectués, ce qui "indique une dispersion du composé dans la zone injectée", notent les auteurs. Les niveaux de dystrophine retrouvés allaient de 3 % à 12 % de ceux de fibres musculaires normales. "la restauration de la production de dystrophine était limitée à la zone traitée et il n'y a pas eu d'amélioration du muscle entier", précise l'article. les effets indésirables ont été négligeables.

D'autres essais sont en préparation, afin de poursuivre la validation de cette approche. Une équipe franco-italienne a récemment utilisé la technique du saut d'exon pour corriger la mutation dans des cellules souches humaines, injectées ensuite dans des souris modèles de la myopathie de duchenne (Le Monde du 14 décembre). Les performances musculaires des souris en ont été améliorées.

Paul Benkimoun
Article paru dans l'édition du 02.01.08.

domenica 16 dicembre 2007

Venter vuole brevettare la vita artificiale. E' polemica: "Sarà la Microsoft del Dna"

Il controverso scienziato-imprenditore americano torna a far parlare di sé
La comunità scientifica: "Richiesta assurda, non rispetta le scoperte precedenti"



LONDRA - Dopo l'annuncio shock della creazione di un cromosoma di sintesi - primo passo verso la possibilità di una vita artificiale - Craig Venter continua a far parlare di sé e ad accendere polemiche. Questa volta è la richiesta di brevetto sulle sue scoperte ad allarmare la comunità scientifica che vede all'orizzonte lo spettro di una nuova Microsoft della genetica, con a capo il controverso biologo ed intraprendente businessman americano, già pioniere del sequenziamento del genoma umano. Il rischio è stato sollevato da alcune istituzioni scientifiche sulla rivista New Scientist dopo la lettura del testo completo presentato dal ricercatore per la richiesta del brevetto.

La domanda è partita in giugno, ma solo ora l'autorità americana preposta ne ha pubblicato il testo, da cui emerge che lo scienziato non ha chiesto di proteggere il batterio in preparazione, ma tutti quelli che eventualmente saranno prodotti, una sorta di copyright sulla vita artificiale, insomma. Se venisse accettata questa richiesta tutti i laboratori intenzionati a lavorare con Dna artificiale dovrebbero pagare la Synthetic Genomics, l'azienda di Venter che si avvia a diventare una specie di 'Microbesoft', come la definisce l'Ong sui diritti umani canadese Etc Group, la prima a parlare della questione.

"Questa richiesta è assurda e ridicola - ha commentato Tom Knight, genetista del Mit di Boston - il brevetto richiesto non ha il minimo rispetto per le ricerche precedenti che hanno portato alle scoperte di Venter. E, ricorda, la questione è estremamente seria, perché se verrà concesso il brevetto sarebbe come brevettare la vita". Più cauto invece il collega George Church, un biologo sintetico dell'Università di Harvard, secondo cui molte delle rivendicazioni di Venter saranno però respinte.

venerdì 30 novembre 2007

Nasce un topo immune da ogni tipo di cancro

Nei laboratori dell’Università del Kentucky è nato nei giorni scorsi un topolino che sembra assolutamente immune da ogni tipo di cancro. La notizia è stata pubblicata sulla rivista britannica Cancer Research e ha suscitato grande interesse in tutto il mondo. Gli studiosi statunitensi hanno creato un topolino nel cui patrimonio genetico risulta maggiormente attivo il gene Par-4 e che sembra non soltanto resistente al tumore ma anche predisposto ad una maggiore longevità. Scoperto nei primi anni Novanta, il gene Par-4 produce una proteina in grado di ‘programmare’ la morte delle cellule e giocherebbe, quindi, un ruolo-chiave nella distruzione di cellule anomale o danneggiate senza, però, intaccare i tessuti sani.

Il gruppo di ricerca statunitense ha utilizzato una razza di topi maggiormente vulnerabili al cancro e ha provato ad agire contro i tumori attivando proprio il gene Par-4. In che modo? Inserendolo direttamente in fase embrionale e attivandolo immediatamente. I topi, a questo punto, sono apparsi assolutamente immuni ad ogni tipo di neoplasia e hanno anche vissuto più a lungo rispetto a quelli che non avevano il gene.

Vivek Rangnekar, responsabile del gruppo di ricerca, ha spiegato che questa scoperta potrebbe aprire interessanti prospettive nella cura del tumore sugli essere umani: “la chemio e radioterapia colpiscono non solo i tessuti malati, ma anche quelli sani; una nuova terapia a base di Par-4, invece, ci permetterebbe di agire dall’interno lasciando intatte le cellule sane”.