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martedì 18 marzo 2008

Le 10 regole per avere le gambe in piena forma

Roma - Le gambe sono lo specchio piu' fedele della salute, lo stile di vita e lo stato nutrizionale di una donna: per questo occorre rispettare dieci semplici regole per mantenerle in forma. Almeno secondo il Prof. Pier Luigi Rossi, Medico Specialista in Scienza della Alimentazione dell'Ospedale San Donato di Arezzo, che partecipa oggi presentazione della campagna educazionale "Piu' salute alle gambe", in collaborazione con la SIFL, la Societa' Italiana di FleboLinfologia, e con la associazione internazionale 'Femme Sante' Sante' Femme - Donna Salute Salute Donna', presieduta da Rosanna Lambertucci.

Anzitutto, attenzione ai carboidrati: il primo 'must' del decalogo e' quello di non superare la dose massima giornaliera di 150 grammi (ma non meno di 130). Importante anche scegliere alimenti a bassa densita' glucidica (contenuto di carboidrati in un grammo) e preferire quelli integrali, meglio se nella prima parte della giornata, limitando l'apporto di carboidrati nella cena. Mangiare spesso, mangiare poco: cinque pasti al giorno, colazione, spuntino mattutino, pranzo, merenda e cena.

Mangiare ogni tre ore e' consigliabile per mantenere la glicemia al di sotto del valore di 120 mg/dl. Mangiare quattro alimenti alcalinizzanti per ogni alimento acidificante, per evitare la cellulite e la sindrome varicosa nelle gambe; l'80% degli alimenti deve venire dal mondo vegetale e il 20 % da alimenti di origine animale.

Non a caso l'esperto consiglia di mangiare cinque porzioni di frutta (tre) e di verdura (due) durante la giornata per lo piu' crudi, e fare un deciso uso di centrifugati composti da verdura e frutta combinate assieme, per introdurre minerali, vitamine, nutrienti ad azione nutraceutica capaci di bloccare gli effetti aggressivi, degenerativi dei radicali liberi dell'ossigeno e dell'azoto che si formano nei mitocondri cellulari.

Va eliminato il sale da cucina: e' salutare passare dal gusto salato al gusto acido ed usare l'aceto balsamico o di altro tipo al posto del sale, e introdurre alimenti ricchi di calcio. Utile inoltre bere acqua con un pH superiore a 6, almeno 10 bicchieri al giorno e scegliere acqua minerale con un residuo fisso secco al di sopra di 300 mg/ litro.

Ottimo anche camminare molto: almeno 10.000 passi al giorno. Il movimento delle gambe infatti accelera la velocita' del flusso sanguigno contribuendo a rimuovere il grasso sottocutaneo in particolare accumulato nelle cosce. E poi fare ginnastica respiratoria con tre movimenti (profonda inspirazione, trattenere il respiro, profonda espirazione) per almeno due minuti. Infine, l'esperto raccomanda di ridurre il peso corporeo, in particolare l'eccesso della massa grassa addominale, glutei e radice coscia ed eliminare la disbiosi intestinale assumendo alimenti probiotici e prebiotici, nonche' ricorrendo a tisane preparate con finocchio dolce, menta piperita, anice ad azione camminativa.

Il tè nero contiene delle sostanze che aiutano a prevenire il diabete

Siete amanti del tè nero? Secondo i ricercatori della Dundee University sarete allora abbastanza protetti dal diabete di tipo 2. Gli studiosi scozzesi, in collaborazione con i colleghi dello Scottish Crop Research Institute, hanno analizzato il tè nero in laboratorio e hanno scoperto che alcune sue componenti, come le teflavine e le terubigine, riescono a ‘mimare’ perfettamente il meccanismo di azione dell’insulina. In particolare, gli scienziati guidati da Graham Rena, hanno osservato che queste sostanze riescono a imitare l’azione dell’insulina su una proteina che, nei topi, nei moscerini da frutta e nei vermi, ha già dimostrato di giocare un ruolo-chiave nel rapporto tra dieta e salute. Secondo i ricercatori, è possibile che questi componenti del tè svolgano la stessa azione nell’organismo umano riuscendo, quindi, a prevenire lo sviluppo del diabete.

Lo scienziato scozzese ha spiegato, sull’ultimo numero della pubblicazione scientifica Aging Cell, che verranno condotte ulteriori ricerche in proposito: “per ora si tratta di uno studio preliminare che certamente dimostra i benefici effetti procurati dal tè e dai suoi componenti sulla prevenzione del diabete e per la salute in generale, ma certamente andranno condotti degli esperimenti clinici sugli uomini prima di poter dare a questa ipotesi una validità scientifica” ha concluso Rena.

Bere tè protegge le arterie, soprattutto quelle delle donne

Proteggere le arterie e il sistema cardiovascolare bevendo un buon tè: questo il consiglio dei ricercatori dell’Istituto Nazionale per le Ricerche Mediche francese che hanno analizzato con un apparecchio a ultrasuoni le placche carotidee di 2.613 uomini e 3.984 donne con, in media, 73 anni.

Gli studiosi d’Oltralpe hanno comparato i risultati di questi test con le risposte fornite dai volontari in alcuni questionari relativi al consumo di tè e di altre bevande, nonché alle proprie abitudini alimentari, alla storia medica personale e familiare e allo stile di vita.

Il responsabile dello studio, il dottor Mahmoud Zureik, ha spiegato sul numero di febbraio della pubblicazione scientifica Arteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology che, al termine dell’esame di dati e questionari, è emerso che le placche carotidee erano evidenti nel 44% del campione femminile non-bevitore di tè, nel 42,5% di donne che riferivano di bere una o due tazze di tè a giorno e solo nel 33,7% di quelle che bevevano più di tre tazze giornaliere.

Il collegamento tra una minore incidenza delle placche carotidee e un maggiore consumo giornaliero di tè risultava essere indipendente da ogni altro fattore relativo allo stile di vita e alimentare, all’età, a precedenti problemi cardiovascolari, al livello di educazione e al luogo di residenza. “Non abbiamo, invece, riscontrato alcun beneficio nei soggetti di sesso maschile”, spiega Zureik. Ed è proprio su questa bizzarra disparità che i ricercatori intendono proseguire le proprie indagini.

La salute vien mangiando

Ci sono alcuni malesseri che potrebbero essere prevenuti facendo attenzione a ciò che si mangia, eliminando ciò che potrebbe rivelarsi fatale a lungo andare e preferendo, invece, cibi sani e ricchi di sostanze nutritive, ma poveri di zuccheri e di grassi animali. In pratica, si potrebbe affermare che, adattando un vecchio adagio, la salute vien mangiando.


Contro la stipsi?

La stitichezza è un problema che affligge molte persone, soprattutto donne e ancora di più se in gravidanza. Se la stitichezza si verifica una volta ogni tanto, può essere utile risolvere il problema momentaneo aiutandosi con un lassativo, ma se si è un soggetto predisposto oppure se l'episodio di stitichezza è piuttosto frequente, è meglio cercare di prevenire la stipsi mangiando in maniera adeguata. Innanzitutto, è bene mangiare alimenti ricchi di fibre, sostanze che il nostro organismo non riesce ad assimilare. Queste, assorbendo acqua, si trasformano in una sorta di materiale gelatinoso, il quale facilita l'espulsione delle feci.

Strettamente legato a questo processo è l'assunzione di acqua; essa, infatti, è essenziale per la funzione intestinale delle fibre, che altrimenti potrebbero avere l'effetto contrario. La media giornaliera dovrebbe essere di circa due litri; oltre l'intestino, ne beneficerà tutto l'organismo, poiché l'acqua stimolerà anche la diuresi e, quindi, l'eliminazione degli elementi di scarto. Le fibre sono solitamente ritrovabili in alimenti quali la frutta, le verdure ed i cereali; tra la frutta, preferite soprattutto le prugne, che hanno azione lassativa, tra gli ortaggi e le verdure il finocchio combatte la stipsi ed il gonfiore addominale e tra i cereali, preferite sempre quelli integrali.


Contro le patologie cardiovascolari?

Le patologie che affliggono il sistema cardiovascolare sono molto frequenti e sono dette le patologie dei ricchi perché vengono causate da un'alimentazione troppo piena di grassi. L'aterosclerosi, la formazione di placche all'interno delle vene, l'ipertensione, sono tutte malattie che minacciano ogni giorno il nostro cuore e, quindi, la nostra vita. Mai come nel caso di queste patologie, è lo stile di vita personale che fa la differenza. Lo sport, l'astensione dal fumo, una giusta alimentazione possono aiutarci a vivere meglio e più a lungo. È preferibile, per prevenire malattie cardiovascolari, ridurre o eliminare gli alimenti ricchi di grassi saturi e di cibi raffinati e di sale, che alza notevolmente la pressione arteriosa. A questo va aggiunta la necessità, se si è in sovrappeso o obesi, di ridurre notevolmente il proprio peso corporeo.

L'obesità, infatti, è un fattore di rischio per l'insorgenza di tutte le malattie dell'apparato cardiocircolatorio, e non solo. Quindi al bando, o quasi, il sale, gli insaccati, i formaggi e tutto ciò che contiene sale; proibiti anche i grassi animali (burro, strutto, lardo), i crostacei, le carni rosse e le frattaglie, tutti cibi ricchi di colesterolo. Da preferire, invece, la carne bianca (coniglio, tacchino, pollo), l'olio vegetale, meglio se extravergine di oliva, di mais o di soia, gli ortaggi e la frutta, ricchi di fibre e poveri di sodio e colesterolo, il pesce, soprattutto quello di mare, ricchissimo di omega 3, i cibi integrali, che rallentano l'assorbimento dei grassi.


Per prevenire i tumori?

Lo spauracchio degli ultimi decenni è stato, ed è ancora, il cancro. Secondo alcuni studiosi, è possibile prevenire l'insorgenza dei tumori a tavola. Fondamentalmente, per prevenire i tumori bisogna cominciare dal peso; il sovrappeso e l'obesità, infatti, sono fattori di rischio per i tumori del colon, del seno, della prostata e dell'utero. Vale, quindi, tutto ciò che è stato detto anche per la prevenzione delle malattie cardiovascolari: prediligere frutta, verdura e ortaggi, di pesce e di grassi insaturi (oli extravergine di oliva, di masi e di soia) e bandire grassi saturi, cibi salati e carni rosse.

Un pieno di energia

I cereali sono alimenti pieni di amido, fortemente consigliati dai nutrizionisti perché capaci di assicurare l'apporto delle calorie necessarie al nostro organismo.
I cereali si presentano sotto forma di chicchi fatto da un cuore di amido (la sostanza che "fornisce" energia) ricoperto da uno strato di minerali e proteine ed infine da uno strato di fibre esterno.
Essi possono essere consumati raffinati o integrali; quelli raffinati presentano soltanto la parte fatta di amido, mentre quelli integrali mantengono anche le parti esterne. La differenza sostanziali tra questi due tipi è che i cereali raffinati sono più altamente digeribili, mentre quelli integrali sono preferibili per chi soffre di stipsi o di ipercolesterolemia. Quando poi i cereali sono associati ai legumi, il piatto diventa veramente completo; questo perché le proteine contenute nei cereali non sono sufficienti al fabbisogno giornaliero, quindi è necessario integrarli con altri alimenti più proteici e, tra questi, preferibilmente le proteine vegetali contenute in lenticchie, piselli, ceci e fagioli sono quelle più adatte ad una dieta sana e nutriente.

Ma questi cereali li conosciamo proprio tutti? Sicuramente conosciamo bene il frumento, da cui pasta e pane derivano, il mais e il riso, che sono i cereali più conosciuti. Eppure ce ne sono tanti altri, che ultimamente si stanno lentamente rivalutando, soprattutto grazie alla riscoperta delle antiche tradizioni alimentari italiane. E allora ecco comparire l'avena, l'orzo, il miglio, la segale ed il farro in zuppe appositamente create per concedere ai ?contemporanei? di assaggiare i sapori di un tempo. Allora, conosciamo questi cereali uno per uno.

Il frumento
È il cereale più conosciuto. È anche un cereale molto ricco di glutine, le cui proteine, impastate con acqua, producono un tipo di massa ideale per la produzione di pane e pasta. La differenza tra i due tipi che si trovano in commercio, grano duro e grano tenero, è essenzialmente nella quantità di glutine presente.

Il mais
Proveniente dal Messico, in Italia viene utilizzata essenzialmente sotto due forme: sotto forma di farina per la preparazione della polenta oppure sotto forma di chicchi in scatola per insaporire le insalate oppure da saltare in padella con il burro. Sotto la prima forma, il mais è una buona alternativa al frumento per chi soffre di celiachia, poiché il mais è privo di glutine, mentre il mais in chicchi è più simile, per composizione, ai legumi ed è ricco d'acqua.

Il riso
Altro cereale conosciutissimo in Italia, e anch'esso senza glutine, si può consumare bianco o integrale. Quello bianco non ha fibre e, purtroppo, durante la raffinazione, resta privo anche di grassi e proteine; quello integrale, invece, conserva fibre, proteine e grassi, ma ha diversi svantaggi: ci mette molto tempo a cuocersi, si conserva poco e male e ha una consistenza diversa da quello bianco che molti non gradiscono. Quello più utilizzo è solitamente il riso parboiled, raffinato ma trattato a vapore, in maniera da conservare il valore nutritivo e anche la consistenza durante e dopo la cottura.

La segale
Questo tipo di cereale è molto utile in gravidanza e durante la crescita, poiché ha un altissimo contenuto di acido folico, associato anche a ideali quantità di fosforo, potassio e proteine. Viene soprattutto utilizzato sotto forma di farina integrale per la preparazione di pane e similari, dal sapore acidulo e dal potere lievemente lassativo.

Il miglio
Contiene grandi quantità di fosforo, ferro e vitamina B e viene consigliato nei casi di depressione, stanchezza e perfino anemia grazie alle sostanze che contiene, cioè lecitina e colina. Viene utilizzo prevalentemente per preparare dolci, ma è ottimo anche nelle zuppe di cereali, che si stanno riscoprendo ultimamente.

L'orzo
Ideale durante la crescita grazie al contenuto di magnesio e silicio, la sua proteina, l'ordeina, ha un buon effetto cardiotonico. Anche l'orzo viene spesso utilizzato per guarnire le torte ma è saporito anche nelle zuppe di cereali, soprattutto nella varietà perlato.

L'avena
Seconda soltanto al frumento, anche l'avena è un vero e proprio concentrato di energia, grazie al contenuto di grassi; inoltre, contiene ormoni vegetali che stimolano la funzione tiroidea. Può essere mangiata sotto forma di chicchi, mettendola a mollo circa due ore prima di cuocerla, o in fiocchi a colazione da aggiungere allo yogurt o al latte.

Il farro
Ottimo per le zuppe di cereali, il farro ha molti elementi utili all'organismo: fibre, vitamine B1 e B6 per la pelle, proteine in grandi quantità, acidi grassi insaturi contro il colesterolo.

Attenzione alla celiachia!
La celiachia è un'intolleranza alimentare cronica verso la gliadina, una proteina contenuta nel glutine, che si trova in molti cereali e li rende panificabili. In chi soffre di questo morbo, anche piccolissime quantità di glutine possono provocare risposta immunitaria esagerata nella mucosa intestinale e, di conseguenza, infiammazione e distruzione dei villi intestinali. Non ci sono cure, l'unica arma efficace è la prevenzione tramite dieta, cioè evitando tutti i prodotti in cui è contenuto il glutine anche in particelle infinitesimali.

Per i celiaci ci sono però alimenti prodotti apposta con la dicitura ?senza glutine?; anche alcuni cereali possono essere consumati tranquillamente perché non contengono questo elemento: sono il riso, il mais e il miglio; inoltre, possono assumere l'amido anche con alimenti diversi, quali le castagne e le patate.

Colazione piu' abbondante per ridurre il peso

New York - Un buon modo per evitare di mettere su peso man mano che passano gli anni? Secondo una nuova ricerca inglese, e' semplice: mangiare di piu' a colazione e meno il resto della giornata. "Spostare una maggiore porzione delle calorie totali che si assumono nella giornata verso la colazione a discapito degli altri pasti puo' aiutare uomini e donne nella mezza eta' a combattere l'aumento di peso", dice la Dr.ssa Nita Forouhi dell'Institute of Metabolic Science dell'Addenbrooke's Hospital, a Cambridge, Uk.

Il suo team ha studiato 6.764 uomini e donne, dai 40 ai 75 anni, seguiti per piu' di tre anni e mezzo. Gli studiosi hanno analizzato lo stile di vita e le abitudini a tavola dei pazienti, come spiegano sull'American Journal of Epidemiology. 'Anche se tutti hanno preso un po' di peso nel tempo, chi mangiava di piu' a colazione e' ingrassato di meno', nota la Forouhi. In particolare, le persone che mangiavano dal 22 al 50% del totale delle calorie della giornata a colazione hanno preso solo 0,79 chili nel periodo dello studio; chi invece consumava non piu' dell'11% del totale delle calorie a colazione e' aumentato di 1,23 chili.

venerdì 15 febbraio 2008

Quando l'alcol è l'unico rifugio

Fa più morti della droga e anche le crisi di astinenza sono molto più terribili, eppure l'alcolismo fino a qualche tempo non era trattato alla stregua di una malattia, ma soltanto di un vizio. A torto. Perché la dipendenza da alcol è caratterizzata dalla mancanza di controllo da parte dell'alcolista sulla sostanza che lo rende schiavo. Non solo; questa dipendenza ha dei costi sociali enormi in morti per patologie secondarie (cirrosi ed epatocarcinoma, malattie cardiovascolari, patologie cerebrali), per incidenti stradali provocati da riflessi appannati dall'alcol, per ricoveri ospedalieri, divorzi, licenziamenti. Nonostante tutto ciò, le bevande alcoliche restano una risorsa facilmente raggiungibile poiché non sono fuorilegge ed il loro prezzo è alla portata di tutti (a differenza delle droghe).

Cos'è e come uscirne

Molti cominciano come per il fumo o la droga: provando con gli amici. È questo il primo passo della strada che, se percorsa fino in fondo, porta all'alcolismo. L'euforia che si sperimenta dopo aver alzato un po' il gomito è un incentivo per le persone più deboli psicologicamente a continuare per dimenticare i problemi quotidiani. Eppure, per arrivare allo stadio finale ci vuole parecchio tempo ed i segnali che indicano l'assuefazione sono sempre molto chiari, a cominciare dal desiderio sfrenato per l'alcol e dall'incapacità di controllare le quantità di alcol ingerito, fino alla tendenza a bere già al mattino e alla crisi di astinenza vera e propria. Già a questo stadio si ha bisogno di aiuto, ma è più facile venirne fuori rispetto alla dipendenza vera e propria. I danni che l'alcol può causare all'organismo sono numerosi. In effetti, è l'etanolo, una sostanza zuccherina contenuta nelle bevande alcoliche, a dare il senso di euforia e a provocare danni irreversibili. Questa sostanza è solubile nell'acqua, principale componente del nostro corpo, quindi facilmente circola e raggiunge ogni parte del nostro organismo; gli bastano pochi minuti per passare nel sangue e di lì al fegato, dove viene scomposto in acqua, eliminata poi con l'urina, e alcol puro, rimesso nuovamente in circolo a fare danni. L'abuso di alcol porta alla morte milioni di neuroni, danneggiando il cervello, provoca cirrosi e conseguente epatocarcinoma, distruggendo il fegato, inibisce il funzionamento perfetto del sistema immunitario, esponendo il soggetto al rischio infezioni, mina le coronarie, aumentando il rischio di patologie cardiovascolari.

Per smettere bisogna innanzitutto averne la volontà, come per ogni tipo di dipendenza. Psicoterapia e farmacoterapia sono le due uniche armi di cui la forza di volontà può avvalersi. La psicoterapia può essere individuale o di gruppo; nel caso di trattamento individuale, il rapporto medico-paziente sarà importantissimo, perché per l'alcolista lo psicoterapeuta sarà l'unico punto di riferimento, anche se potrà sempre rinfacciargli di non sapere di cosa sta parlando perché non l'ha provato. Il trattamento di gruppo, invece, pone l'alcolista davanti ad altri alcolisti e si basa sull'ascolto reciproco delle loro storie; in questo caso, l'alcolista non potrà rinfacciare niente e potrà sentirsi a suo agio nel non essere giudicato, ma nel condividere un'esperienza comune. La terapia farmacologica si basa essenzialmente sulla somministrazione di tranquillanti ed antidepressivi; da poco è stato introdotto un nuovo farmaco che induce nel soggetto alcolista un'avversione per l'alcol; la terapia con il disulfiram (questo è il nome del principio attivo), però, andrebbe effettuata in regime di ricovero ospedaliero poiché gli effetti collaterali (nausea e vomito, dolori e, in alcuni casi, addirittura il coma) sono veramente pericolosi .

Alcolismo al femminile

Fino a qualche anno fa, una donna che beveva era sintomo di un degrado sociale enorme; oggi, la donna, invece, ha raggiunto la parità con l'uomo e questa parità si è portata dietro enormi vantaggi, ma anche alcuni svantaggi. Non è infrequente, infatti, ai giorni d'oggi vedere anche adolescenti con la bottiglia di birra a bere tra gli amici. La voglia di trasgressione durante l'adolescenza, la perdita di ruoli come madre e moglie da un lato e come manager dall'altro, problemi affettivi o depressivi possono spingere la donna del terzo millennio a cercare sollievo nell'alcol. Inoltre, per un particolare enzima, che nella donna si trova in concentrazioni minori rispetto agli uomini, le donne assorbono più quantità di alcol e quindi procedono più velocemente sulla strada della dipendenza. I dati sono allarmanti, pur non essendo dati affidabili, perché ancora oggi l'alcolismo femminile è una cosa da nascondere, quindi per molte donne si tratta di un problema sommerso. Il motivo predominante, come si è accennato, è di origine psicologica: la paura della solitudine, il timore di non essere all'altezza dei ruoli fatti per lei, l'insoddisfazione, la scarsa autostima sono tutti fattori di rischio per lo sviluppo dell'alcolismo femminile.
La questione più grave, in questo senso, però, è l'esistenza di dipendenza durante una gravidanza. I danni al feto derivanti dall'assunzione smodata di alcol sono ingenti e devastanti. L'etanolo, infatti, riesce a passare attraverso la placenta e ad arrivare al feto quasi nelle stesse concentrazioni in cui si trova nel sangue della madre. Il feto, così esposto a grandi quantità di alcol, subisce l'azione distruttiva dell'etanolo sui tessuti e sugli organi che si stanno ancora formando, azione che si manifesterà in malformazioni, ritardo della crescita, ritardo mentale, ridotta circonferenza cranica, ridotto peso alla nascita, epilessia, sintomi di una sindrome che va sotto il nome di Fetopatia Alcolica. Anche dopo la nascita, i danni al bambino possono continuare se la donna allatta al seno, poiché l'alcol in circolo arriva alla ghiandola mammaria e di lì al bambino che succhia.
È quindi estremamente importante che coppie che intendono avere un bambino e nelle quali la donna è alcolista si informino e seguano una terapia appropriata, anche perché i danni al feto possono verificarsi perfino se la donna era alcolista e smette nel periodo della gravidanza.

Dolcificanti artificiali: fanno ingrassare

Londra - Gli scienziati sono rimasti perplessi di fronte ai risultati di uno studio condotto sui topi che ha mostrato che quelli nutriti con cibi dolcificati artificialmente mettevano su peso. Il team della Purdue University americana pensa che il sapore dolce di bevande e cibi 'diet' accompagnati dall'assunzione di poche o zero calorie fa si' che il corpo ricerchi altro cibo con cui compensare il senso di fame. I topi nutriti con zucchero avevano infatti meno appetito e non hanno messo su peso, ha scoperto lo studio, pubblicato dalla rivista Behavioral Neuroscience.

Gli scienziati hanno nutrito vari gruppi di topi con diversi tipi di yogurt; alcuni erano dolcificati con zucchero, altri con saccarina. Inoltre, i topi avevano una scorta abbondante di cibo con cui soddisfare i loro bisogni. I topi che avevano preso lo yogurt dolcificato con saccarina hanno mangiato piu' calorie, messo su piu' grasso e piu' peso dei topi che mangiavano lo yogurt zuccherato. In condizioni normali, spiegano gli scienziati, l'arrivo di un sapore dolce predispone il corpo all'ingestione di un pasto pieno di calorie, ma quando questo non arriva, il corpo si confonde e cerca altro cibo per colmare questa 'aspettativa delusa'. Secondo il team americano, altri dolcificanti come aspartame, sucralosio e acesulfame potrebbero avere un effetto simile.

La papaia

La scoperta dell’America ha portato in Europa questo frutto tipico della regione messicana, che da noi non esisteva. La papaia può essere un vero e proprio toccasana per diversi disturbi ed un alleato della nostra salute. Sebbene fosse considerato, fino a qualche decina di anni fa un frutto da ricchi o da stravaganti, oggi la papaia si può trovare, secondo i gusti, sulle tavole di tutti gli italiani. Delle diverse qualità, più di 50, quella più diffusa è l’hawaiana detta “Solo”, che pesa all’incirca 500 gr, ha buccia verde nel frutto acerbo e verde-giallo in quello maturo, polpa giallo-arancione e semi neri. Il suo sapore è molto particolare e ricorda una mescolanza tra albicocca e fragola.

L’elemento principale è la papaina, un enzima estratto dal succo del frutto acerbo. Gli enzimi contenuti nella papaia, oltre alla papaina, permettono di stimolare diverse funzioni del nostro organismo, quali, ad esempio, il metabolismo, rendendo più facile lo smaltimento delle sostanze di scarto e più digeribili le proteine. L’accelerazione del metabolismo permette quindi anche di dimagrire ed assimilare solo ciò che serve. La papaia contiene anche carpaina e pseudocarpaina, due alcaloidi che possono svolgere importanti funzioni nella cura delle malattie cardiovascolari. Inoltre, si trovano in abbondanza flavoni, vitamina C, betacarotene, tannini, tutte sostanze capaci di ripulire il nostro organismo dalle tossine. Va sottolineato, però, che i frutti a polpa giallo-arancione presentano maggiori quantità di carotenoidi rispetto a quelli a polpa rossa, quindi sono preferibili a quest’ultimi. Lo stesso discorso vale anche per la vitamina C: la papaia è ricchissima di questa sostanza, molto più dei “classici” frutti, come le arance o i kiwi.

Un altro punto di forza della papaia è la presenza numerosa di antiossidanti che sono in grado di bloccare l’attacco dei radicali liberi. Mangiare costantemente molta papaia quindi è un aiuto concreto per mantenere anche la pelle in ottime condizioni, giovane e solare, morbida ed elastica. Inoltre, le donne hanno un motivo in più per preferire il consumo di papaia. Essa infatti, grazie al betacarotene e alla vitamina C, regolarizza il flusso mestruale e previene i dolori tipici che l’accompagnano. In più, l’apporto di calcio, previene anche l’indebolimento osseo e la conseguente osteoporosi, che colpisce molto donne in menopausa.

L’ideale per consumare la papaia è quella di mangiarla fresca durante la giornata o dopo i pasti (facilita la digestione ed attiva il metabolismo), o anche durante la giornata come spuntino a cavallo dei pasti principali. Ma se non avete tempo di mettervi a tavola o se preferite qualcosa di fresco, veloce da consumare anche mentre lavorate, potete permettervi di scegliere. La papaia è disponibili in diverse “formulazioni”: esistono delle compresse, ad esempio, in cui si ritrovano tutti gli enzimi, gli antiossidanti, le fibre presenti nella papaia, un integratore, insomma, che può essere assunto in qualsiasi momento della giornata. È consigliabile assumerle soprattutto ai cambi di stagione per aiutare il corpo ad abituarsi man mano alla nuova stagione, soprattutto all’arrivo della primavera. In alternativa, si possono comprare e bere i succhi di papaia, magari bella fredda, soprattutto nei giorni afosi d’estate. Sono facilmente assimilabili e digeribili. Un elisir di bellezza e di salute, insomma.

sabato 2 febbraio 2008

"Non è vero che..." False verità sull'alimentazione

Tante volte è stato detto che una corretta alimentazione aiuta a proteggere il nostro organismo e a mantenerlo in salute ed attivo. Purtroppo, però, molto spesso capita che qualche cibo venga completamente eliminato dalla dieta oppure che se ne facciano scorte enormi per la convinzione che abbia determinate caratteristiche, positive o negative che siano. Si tratta di veri e propri miti alimentari, che spesso condizionano le nostre scelte in fatto di dieta e che, in realtà, sono solo credenze senza alcun fondamento scientifico.

Cominciamo allora dal primo piatto. Non è affatto vero che la pasta faccia ingrassare; anzi, la dieta mediterranea, a base proprio di pasta, è quella più sana; in verità, è molto meglio consumare 100 gr. di pasta piuttosto che ingurgitare alimenti ricchi di grassi e proteine. Infatti, quello che fa ingrassare non è la pasta, ma il condimento che vi si accompagna. Altro alimento a base di carboidrati è il pane, che molti aboliscono a favore dei crackers, credendo così di limitare l'introito di calorie; è uno sbaglio molto comune: il pane, infatti, è molto ricco di acqua e poco di grassi, mentre invece crackers e grissini hanno pochissima acqua, ma un contenuto di grassi di almeno 5 volte superiore.

Ed ora passiamo al secondo. Anche le carni sono spesso colpite da pregiudizi. Ad esempio, è credenza comune che le carni bianche siano meno nutrienti delle carni rosse. Questo non è affatto vero, poiché il colore della carne è dato dalla mioglobina, una proteina che contiene ferro. Quindi, le carni rosse danno un maggiore apporto di ferro, ma per quanto riguarda le proteine esse si equivalgono. E quanti dicono che i formaggi freschi sono magri vanno immediatamente smentiti. Infatti, non esistono formaggi magri in assoluto; il formaggio fresco ha un contenuto più alto di acqua rispetto a quello stagionato, quindi ha meno grassi, ma non così pochi da fare una grossa differenza; anzi i formaggi freschi hanno un altro inconveniente: poiché in essi la caseina non è ancora ben matura, vengono digeriti con maggiore difficoltà.

E non parliamo delle uova! Quante se ne sono dette! Ebbene, la prima è che le uova fanno male al fegato: assolutamente falso. Anzi, si può addirittura affermare che l'uovo contiene delle sostanze che lo proteggono, come la metionina, indispensabile per il buon funzionamento epatico; questo alimento, invece, potrebbe far male a chi soffre di calcoli alle colecisti poiché, contenendo grassi, potrebbe accrescere la probabilità di coliche. E poi si dice che le uova contengano un tasso di colesterolo alto; anche questo non è vero, almeno adesso, poiché l'uso di mangimi particolari ha prodotto come effetto una riduzione di questa sostanza nelle uova.

Passiamo infine alla frutta. Quante volte le nonne ci hanno detto di mangiare la frutta con la buccia perché le vitamine erano contenute tutte lì dentro? Ebbene, anche questo mito va sfatato. Tutte le sostanze nutritive sono nella polpa, mentre la buccia contiene un'alta quantità di fibre, che servono per la motilità intestinale. Attenzione però a lavarla bene e ad eliminare eventuali residui di pesticidi. Inoltre, molti affermano che la frutta va mangiata lontano dai pasti; anche questo è falso, perché la frutta può essere consumata in qualsiasi momento e prenderla a fine pasto è una buona abitudine, che aiuta ad assorbire meglio le sostanze nutritive degli alimenti mangiati durante il pasto, riduce le calorie se mangiata al posto del dolce e, non da ultimo, elimina i residui dai denti.

La salute vien mangiando

Ci sono alcuni malesseri che potrebbero essere prevenuti facendo attenzione a ciò che si mangia, eliminando ciò che potrebbe rivelarsi fatale a lungo andare e preferendo, invece, cibi sani e ricchi di sostanze nutritive, ma poveri di zuccheri e di grassi animali. In pratica, si potrebbe affermare che, adattando un vecchio adagio, la salute vien mangiando.


Contro la stipsi?

La stitichezza è un problema che affligge molte persone, soprattutto donne e ancora di più se in gravidanza. Se la stitichezza si verifica una volta ogni tanto, può essere utile risolvere il problema momentaneo aiutandosi con un lassativo, ma se si è un soggetto predisposto oppure se l'episodio di stitichezza è piuttosto frequente, è meglio cercare di prevenire la stipsi mangiando in maniera adeguata. Innanzitutto, è bene mangiare alimenti ricchi di fibre, sostanze che il nostro organismo non riesce ad assimilare. Queste, assorbendo acqua, si trasformano in una sorta di materiale gelatinoso, il quale facilita l'espulsione delle feci.

Strettamente legato a questo processo è l'assunzione di acqua; essa, infatti, è essenziale per la funzione intestinale delle fibre, che altrimenti potrebbero avere l'effetto contrario. La media giornaliera dovrebbe essere di circa due litri; oltre l'intestino, ne beneficerà tutto l'organismo, poiché l'acqua stimolerà anche la diuresi e, quindi, l'eliminazione degli elementi di scarto. Le fibre sono solitamente ritrovabili in alimenti quali la frutta, le verdure ed i cereali; tra la frutta, preferite soprattutto le prugne, che hanno azione lassativa, tra gli ortaggi e le verdure il finocchio combatte la stipsi ed il gonfiore addominale e tra i cereali, preferite sempre quelli integrali.


Contro le patologie cardiovascolari?

Le patologie che affliggono il sistema cardiovascolare sono molto frequenti e sono dette le patologie dei ricchi perché vengono causate da un'alimentazione troppo piena di grassi. L'aterosclerosi, la formazione di placche all'interno delle vene, l'ipertensione, sono tutte malattie che minacciano ogni giorno il nostro cuore e, quindi, la nostra vita. Mai come nel caso di queste patologie, è lo stile di vita personale che fa la differenza. Lo sport, l'astensione dal fumo, una giusta alimentazione possono aiutarci a vivere meglio e più a lungo. È preferibile, per prevenire malattie cardiovascolari, ridurre o eliminare gli alimenti ricchi di grassi saturi e di cibi raffinati e di sale, che alza notevolmente la pressione arteriosa. A questo va aggiunta la necessità, se si è in sovrappeso o obesi, di ridurre notevolmente il proprio peso corporeo.

L'obesità, infatti, è un fattore di rischio per l'insorgenza di tutte le malattie dell'apparato cardiocircolatorio, e non solo. Quindi al bando, o quasi, il sale, gli insaccati, i formaggi e tutto ciò che contiene sale; proibiti anche i grassi animali (burro, strutto, lardo), i crostacei, le carni rosse e le frattaglie, tutti cibi ricchi di colesterolo. Da preferire, invece, la carne bianca (coniglio, tacchino, pollo), l'olio vegetale, meglio se extravergine di oliva, di mais o di soia, gli ortaggi e la frutta, ricchi di fibre e poveri di sodio e colesterolo, il pesce, soprattutto quello di mare, ricchissimo di omega 3, i cibi integrali, che rallentano l'assorbimento dei grassi.


Per prevenire i tumori?

Lo spauracchio degli ultimi decenni è stato, ed è ancora, il cancro. Secondo alcuni studiosi, è possibile prevenire l'insorgenza dei tumori a tavola. Fondamentalmente, per prevenire i tumori bisogna cominciare dal peso; il sovrappeso e l'obesità, infatti, sono fattori di rischio per i tumori del colon, del seno, della prostata e dell'utero. Vale, quindi, tutto ciò che è stato detto anche per la prevenzione delle malattie cardiovascolari: prediligere frutta, verdura e ortaggi, di pesce e di grassi insaturi (oli extravergine di oliva, di masi e di soia) e bandire grassi saturi, cibi salati e carni rosse.

Il tè verde potrebbe arginare il deposito di grassi nel fegato: studio USA su modelli animali

Alcuni estratti del tè verde sarebbero in grado di interrompere l’insorgenza di depositi di grasso nel fegato e garantire alcuni benefici nella lotta all’obesità: è quanto spiegato da un team statunitense che ha condotto uno studio su topi da laboratorio.

La malattia del fegato grasso, che colpisce solo negli USA ben 40 milioni di cittadini, è il più silenzioso e temibile complice dell’obesità, come spiegato sul Journal of Nutrition dal team di Richard Bruno della University of Connecticut.

Secondo i dati della ricerca, i topi obesi che erano nutriti con una dieta a base di estratti di tè verde erano del 23/25% più ‘magri’ dei topi nutriti normalmente; inoltre, anche le misurazioni di alcuni enzimi del sangue – utilizzati come markers del danno epatico – mostravano come una dieta con estratti di tè verde fosse da associare ad una migliore attività epatica generale (41% contro il 30%).

Successivi studi approfondiranno – come anticipato da Bruno – le possibili applicazioni del tè verde che, attraverso le catechine, svolge un’attività antimutagena e anticancerogena.

mercoledì 30 gennaio 2008

Il vino

Cos'è

Il vino è una bevanda alcolica fermentata, ottenuta unicamente dalla fermentazione, totale o parziale, dell’uva, pigiata o non, oppure del mosto d’uva.
I Greci lo chiamavano oinos, da cui deriva la parola enologia; i Latini vinum, parola di remotissima origine sanscrita, da cui è derivata la terminologia delle moderne lingue europee che designa la bevanda oggetto del nostro discorso: dal wein germanico al wijn olandese, dal wine anglosassone, al vino spagnolo, al vinho portoghese, al vin francese.

L’uva da vino a sua volta è il frutto della vite, per lo più della specie Vitis Vinifera oppure da un incrocio fra la suddetta specie ed altre del genere Vitis, come la Vitis Lambrusca, la Vitis Rupestris ed altre. In Italia per produzione enologica possono essere pigiate oggi solo uve della specie Vitis Vinifera.

La storia

Risalgono a due milioni di anni orsono i tralci fossili di Vitis Vinifera rinvenuti in Valdarno, della quale altri reperti archeologici attestano la diffusione spontanea già trecento milioni di anni fa. Trattasi dunque di una pianta antichissima spontaneamente presente già da milioni di anni nelle zone temperate del nostro pianeta, nelle quali si alternino le quattro stagioni.
Secondo l’attestazione della Bibbia (Genesi 9, 20-27 ) il primo ad aver piantato una vigna e quindi ad aver introdotto la coltivazione della vite dopo il Diluvio Universale fu Noè, discendente diretto di Adamo ed Eva, vissuto appena dieci generazioni dopo gli stessi e quindi molto poco dopo la creazione del genere umano: secondo la stessa fonte, fu lui personalmente il primo ad aver libato abbondantemente ubriacandosi e sperimentando l’effetto collaterale del “liquor d’uva“ su chi alza il gomito. A prescindere tuttavia dal pur rispettabilissimo racconto biblico, i primi che gustarono tale bevanda furono probabilmente gli ominidi del neolitico ( 6500 circa a.C. ) in una scoperta a dir poco casuale, dovuta peraltro a naturale fermentazione avvenuta spontaneamente in contenitori dove era stata poggiata l’uva raccolta: in situazione analoga dovette verificarsi spontaneamente la prima lievitazione spontanea del pane.

Secondo attestazioni storico-archeologiche solo da poche migliaia di anni l’uomo ha iniziato a produrre vino: cominciarono a coltivare la vite i popoli che abitavano le rive del Mar Caspio, poi quelli della Turchia orientale, i Sumeri nella Mesopotamia, successivamente una coltivazione più estesa e conseguente maggior produzione enologica si ebbe ad opera degli Egizi nelle pianure nilotiche, successivamente in Grecia e quindi ad opera dei contadini Etruschi nella nostra penisola; nella Roma classica giungevano da ogni angolo dell’impero e si consumavano quotidianamente già molti tipi di vino, anzi nella città che era “caput mundi” il vino divenne una bevanda di largo consumo alla portata delle masse. Giova precisare però che come tecnica di conservazione del prodotto allora si usava la bollitura per cui il vino puro, il “merum”, per un normale fenomeno di concentrazione, risultava essere una bevanda sciropposa molto dolce e soprattutto molto alcolica, bevuta allo stato puro solo dagli intemperanti: ne scaturiva la necessità di diluirla con acqua mista a miele ed altre spezie per rettificarne il sapore: il vino mielato. Alla caduta dell’Impero Romano si ebbe una forte involuzione anche per la coltivazione della vite che sopravvisse intorno ai conventi ed alle abbazie dei monaci benedettini e cirstercensi fino alla ripresa carolingia voluta in particolare da Carlo Magno . È proprio nel Medio Evo che si mettono a punto le nuove tecniche di coltivazione e produzione, giunte peraltro immutate fino al 1700 allorquando nasce un prodotto inteso in senso moderno, stabilizzato nel gusto e nella qualità, imbottigliato in bottiglie di vetro tappate con sughero.

Durante il XIX secolo, orsono circa 200 anni, nella vecchia Europa si diffusero parassiti di origine americana i quali in pratica distrussero la vite europea: la fillossera attaccò le radici delle piante, peronospora ed oidio attaccarono foglie e grappoli. Dalla fillossera i coltivatori impararono a difendere le loro piante utilizzando radici americane di Vitis Lambrusca che ne sono immuni, su cui si innesta ancora oggi la parte fruttifera, che è europea; dalla peronospora ci si difende con prodotti a base di rame, dall’oidio con lo zolfo: l’industria chimica ha reso disponibili prodotti fitosanitari molto meno velenosi di una volta, che vanno applicati alla cadenza di 10-12 giorni e l’ultimo trattamento deve essere posto in essere almeno 45 giorni prima della vendemmia.

Il processo di vinificazione

Esaurita questa zumata di ordine storico, avviamoci ora a parlare della vinificazione vera e propria, cercando di illustrare come si crea il vino che, giova ricordare, è opera della natura e dell’uomo, dal momento che la sola natura creerebbe solo aceto.

Per i vecchi contadini o per chi amava farsi il vino da sé era indispensabile disporre delle migliori uve possibili, in ragione di circa 70 litri di vino per un quintale di uva, conoscendone la vigna di provenienza, l’impianto del vigneto, il tipo di vitigno, il fattore climatico ed il momento migliore per la raccolta, in funzione del vino che si vuole produrre: per lo spumante infatti la raccolta va leggermente anticipata per avere un maggior quantitativo di acidi nell’uva, successivamente, man mano che l’uva matura ulteriormente, diminuiscono gli acidi e si incrementano gli zuccheri; allorquando il bilanciamento viene ritenuto ottimale si raccoglie l’uva.

La prima operazione dunque è la raccolta delle uve, cercando di non danneggiare gli acini, seguono la pigiatura e la diraspatura per separare i raspi dagli acini: all’uopo esistono in commercio pigiadiraspatrici manuali molto rispondenti per piccole quantità di uve.

A questo punto della vendemmia abbiamo il mosto, un liquido zuccherino costituito per il 70-80% da acqua, glucosio, fruttosio, ricco di un elevato numero di sostanze fra cui l’acido tartarico, l’acido malico, l’acido citrico: tali acidi determinano l’acidità totale del vino oscillante di solito fra 4 e 8 gr. per litro; altri componenti sono infine tannini e pectine.

È il momento di aggiungere il metabisolfito o trefosolfina dalle proprietà antisettiche, antiossidanti, che favoriscono la precipitazione di sostanze in sospensione da eliminare. Il mosto così ottenuto va deposto in un contenitore munito di rubinetto, precedentemente lavato con acqua bollente e disinfettato facendovi bruciare parte di un dischetto di zolfo che si ha l’accortezza di non inalare all’apertura: tale operazione va ripetuta ad ogni nuovo utilizzo.

Oggi per praticità si preferisce usare recipienti in acciaio inox i quali vengono riempiti di mosto e tappati in modo da lasciare uscire i gas di fermentazione, avendo avuto cura di isolare il liquido dall’aria aggiungendo olio enologico in rapporto al volume del contenitore. I grandi produttori utilizzano in questa fase contenitori che con apposite griglie tengono le bucce in completa immersione, per le produzioni piccole o comunque a livello familiare le bucce vengono affogate due volte al giorno sia per evitare che ossidandosi irrancidiscano il mosto, sia per abbassare la temperatura della massa la quale fermenta a 18°-20°: oltre i 37° la fermentazione alcolica cessa. Sono i lieviti infatti, presenti nelle bucce o anche aggiunti dall’uomo, ad innescare il processo della fermentazione alcolica durante la quale gli zuccheri si trasformano in alcol etilico ed anidride carbonica con emissione di calore; la fermentazione cessa con l’esaurirsi degli zuccheri:

C6H12O6 → 2CH3CH2OH + 2CO2

Al fine di incrementare il grado alcolico, in Europa Unita, anche con recente provvedimento di legge, è consentito lo zuccheraggio, un procedimento a basso costo da non dover dichiarare nemmeno in etichetta, laddove in Italia era previsto e dai produttori è stato sempre praticato un ben più costoso arricchimento a mezzo di mosto di vino concentrato.
In questo momento del processo possiamo inquadrare la tecnica di fermentazione con macerazione per i vini rossi, lasciando nel mosto le bucce per i primi 5 giorni, oppure la tecnica di fermentazione senza macerazione, per i vini bianchi eliminando le bucce dopo un giorno. Per completezza di informazione è doveroso dar cenni sulla tecnica della vinificazione in rosato, in base alla quale le bucce vengono lasciate nel mosto solo per il tempo necessario a far diventare il vino rosato ed infine, limitatamente ai vini novelli, la macerazione carbonica, in base alla quale l’uva pigiata viene inserita in un contenitore per 15 giorni insieme ad anidride carbonica per essere fatta fermentare poi per 2 o 3 giorni: pochi giorni dopo il vino novello è disponibile per la commercializzazione.

Il momento successivo è quello della svinatura: il mosto è separato dalle bucce e, quando trattasi di piccole partite d’uva, raccolto in contenitori maneggevoli, quali damigiane fra le quali tutte viene distribuito anche quello fuoriuscito dalla pressatura delle bucce rimaste ancor piene di liquido sul fondo del tino; il resto del mosto si custodisce in un recipiente a parte per rifondere il quantitativo di mosto che verrà a mancare. Per la grande produzione ovviamente si ricorre a capienti tini.
In questa fase, che è la più delicata, sono necessari dei tappi appositi, adatti a favorire la fuoriuscita di anidride carbonica impedendo all’aria di entrare.

Dopo una ventina di giorni il mosto cessa di essere in ebollizione, ed allora, in concomitanza con la Luna in fase calante e possibilmente durante una giornata asciutta, si potrà procedere al primo travaso operando in modo da lasciare sul fondo tutta la feccia non solo per un motivo di limpidezza del colore ma anche per la presenza di batteri pericolosi per l’ottima riuscita del vino stesso. In questa fase un esperto enologo, in base al campione analizzato, potrà suggerire dei correttivi naturali, acido citrico o tartarico, di cui quel prodotto necessita per la buona conservazione e il miglioramento delle qualità organolettiche, oppure della bentonite per la chiarificazione del vino: il quantitativo di liquido mancante viene rifuso con quello precedentemente tenuto da parte, sempre in assenza di aria.
Dopo 30 giorni ancora eccoci al secondo travaso, avendo avuto cura di aggiungere in ogni contenitore un po’ di bentonite chiarificatrice circa una settimana prima: il vino è pronto per essere bevuto, ma è conveniente lasciarlo almeno fino a Natale.

Durante il periodo invernale la maturazione, a seconda della corposità del vino, in grandi botti o in più piccole barrique di vecchio rovere a temperatura uniforme del fresco delle cantine è ormai un classico.

Le caratteristiche

Al momento limitiamoci a conoscere bene il vino nelle sue caratteristiche peculiari.

Il vino, a differenza di quanto detto del mosto, è costituito da una soluzione idroalcolica nella quale figura quale componente anche l’alcool etilico in quantità compresa fra gli 80 e i 140 millilitri per litro, corrispondenti ad 8° e 14° alcolici; nel vino sono presenti ben 600 sostanze, molte delle quali già componenti del mosto, fra cui gli acidi: essi si dividono in acidi fissi, come l’acido tartarico, malico, succinico ed altri ancora, ed acidi volatili, distillabili nel vino portato a temperatura di ebollizione, quale l’acido acetico: se questo è presente in quantità eccessiva, il vino è prossimo ad acetificarsi. La somma degli acidi determina il valore dell’acidità totale del vino.

Figurano altresì i Sali degli acidi suddetti, le sostanze coloranti, diverse dal vino bianco al vino rosso, altri tipi di alcool, glicerina, sostanze proteiche, alcune vitamine, i componenti delle sostanze che danno profumi e sapori, anidride carbonica che, se presente in quantità notevoli, rende i vini frizzanti, ed infine nei vini rossi figurano i tannini caratterizzati dal gusto amarognolo ed astringente.

Nel 1900 in Francia si cominciarono a redigere le prime normative intese non solo a regolamentare la produzione con l’origine controllata e la definizione dei territori di produzione, ma anche ad incrementare la qualità a scapito della quantità.

Carne rossa, fritture e soda dietetica: tre alleati di malattie cardiache e diabete

La carne rossa di nuovo sul banco degli imputati. Uno studio condotto presso l’Università del Minnesota avrebbe concluso che eccessive quantità di carne rossa aumentano il rischio di problemi cardiaci e diabete.
Secondo quanto riportato recentemente dalla rivista specializzata Circulation, mangiare due o più porzioni di carne rossa al giorno aumenterebbe del 25% il rischio sviluppare la sindrome metabolica (una condizione che predispone a diabete e disturbi cardiovascolari ed è caratterizzata da grasso depositato attorno alla vita, colesterolo alto, glicemia sopra la norma e ipertensione) rispetto ad un consumo di questi cibi non superiore alle due porzioni alla settimana.

Gli epidemiologi statunitensi, guidati dalla studiosa Lyn Steffen, hanno analizzato ben 9514 persone che avevano partecipato ad un ampio studio nazionale sulla salute del cuore. Tutti i volontari avevano dovuto compilare dettagliati questionari per riferire circa le loro abitudini alimentari: dalle analisi condotte dai ricercatori del Minnesota è emerso che un consumo eccessivo di carne rosa, di cibi fritti e soda dietetica aumenterebbe il rischio cardiaco e di diabete. Dopo nove anni dall’inizio dello studio, infatti, quasi il 40% di tutti i soggetti aveva sviluppato tre o più fattori tipici della sindrome metabolica.

Il dato relativo alla soda dietetica ci ha particolarmente sorpreso e lo spieghiamo con un comportamento tipico dal punto di vista psicologico: una persona dice a se stessa che dal momento che preferisce bevande dietetiche si può permettere fritture e carni grasse; nulla di più scorretto per la salute oltre che per la forma fisica”, ha concluso la ricercatrice statunitense.

martedì 8 gennaio 2008

Distinguiamo tra un'intolleranza e un'allergia alimentare

Un’intolleranza alimentare o una vera e propria allergia? La distinzione è molto netta a livello scientifico, ma non è sempre così chiara per chi soffre di allergie o per chi deve gestirle, ad esempio i genitori. A cercare di chiarire la differenza tra intolleranza e allergia ad un alimento arriva una nota di James Li, studioso allergologo presso la Mayo Clinic statunitense che, sulla pubblicazione periodica dello stesso istituto, illustra quali sono gli elemento che caratterizzano un’allergia alimentare e la distinguono da un’intolleranza.

Prima di tutto i sintomi: un’allergia causa una reazione moto seria e quasi istantanea – prurito nella bocca, eczema, rigonfiamento delle labbra, della lingua e della gola, difficoltà a respirare, dolore addominale e diarrea, nausea, vomito – l’intolleranza, invece, permette non soltanto di assumere minime quantità del cibo ‘incriminato’ senza avere problemi, ma causa anche sintomi meno evidenti e aggressivi.

L’allergia provoca una reazione del sistema immunitario che identifica il cibo assunto come un nemico e produce gli anticorpi chiamati immunoglobuline E che corrono a combattere gli allergeni; l’intolleranza, invece, non coinvolge il sistema immunitario ma il sistema gastrointestinale che non riesce a gestire il cibo assunto nella maniera corretta a causa della mancanza di alcuni enzimi necessari per digerire il cibo: l’esempio più eclatante e diffuso è quello dell’intolleranza al lattosio che, proprio a causa dell’assenza di un enzima, provoca diarrea, meteorismo e dolori addominali a chi beve latte e i suoi derivati. Solo una percentuale minima della popolazione infantile - un numero variabile tra il 2 e il 6% - soffre di vere e proprie allergie alimentari, la maggior pare dei disturbi provocati dall’assunzione di un preciso alimento sono, invece, riconducibili ad un’intolleranza.

venerdì 28 dicembre 2007

Teniamoci svegli

Un risaputo pregiudizio secondo il quale in Italia si beve soltanto caffè, mentre il tè è privilegio dei britannici, sta lentamente ma inesorabilmente sfumando, tanto che oggi in Italia sono in molti a gustare una bella tazza di tè bollente accompagnata dai classici pasticcini oppure un ottimo bicchiere di tè freddo durante le afose giornate estive.
Pregiudizi, controindicazioni, pregi e difetti di queste due bevande spesso diventano argomento del contendere nelle chiacchierate tra amici. Scopriamo insieme, allora, le loro caratteristiche.

Le varietà di tè...

Innanzitutto, la differenza tra tè verde e tè nero; ambedue hanno origine dalla stessa pianta, ma sono il risultato di due tipi di lavorazione diversi: la produzione di tè verde si basa sul solo essiccamento delle foglie, mentre quella del tè nero presenta una fase di fermentazione prima dell'essiccamento.
Ovviamente, la differenza tra i tue tipi di tè non si limita al colore, ma va oltre: il tè verde, per la mancata fermentazione del tannino contenuto nelle foglie, è più leggero, ma anche più eccitante ed astringente di quello nero. Oltre a questa suddivisione generale in due categorie, i tipi di tè poi si distinguono a seconda se le piante vengono coltivate in pianura, in montagna o in collina, se vengono raccolte, oltre alle foglie anche le gemme, se vengono coltivate in una regione o in un'altra e se e quali aromi vengono aggiunti alla miscela.

Un discorso a parte merita il tè freddo. La bevanda che molti di noi consumano in estate è in realtà qualcosa di ben diverso dal tè che facciamo in casa attraverso l'infusione delle foglie essiccate. La stessa dicitura riportata dalle etichette delle bottiglie parla di "bevanda di tè". Infatti, il tè freddo viene prodotto con un estratto di tè al quale, durante la fase dell'imbottigliamento, verranno aggiunti acido citrico, acqua, aromi di limone o pesca e zucchero o caramello per dare colore. Il risultato è quindi una bevanda che ricorda il tè, ma che con questo non ha molto in comune, e che, d'altro canto, è ipercalorica.

...e di caffè

Anche il caffè offre una scelta piuttosto varia di tipologie tra le quali scegliere. Le due varietà basilari sono l'arabica e la robusta, di cui l'arabica presenta un contenuto di caffeina più basso, ma un aroma più intenso rispetto alla robusta ed è la varietà di base per le miscele migliori e più saporite.
C'è poi il cosiddetto ?decaffeinato?, che, pur mantenendo il sapore dei migliori caffè, non ha gli inconvenienti derivati dalla presenza di caffeina. Questo tipo di caffè viene ottenuto asportando la caffeina con solventi chimici o con metodi naturali (acqua e anidride carbonica) dopo aver ammorbidito la parte esterna dei chicchi con il vapore acqueo. Quando anche il decaffeinato può lasciare troppo svegli, si può sempre optare per un caffè d'orzo, completamente scevro da ogni traccia di caffeina e con un sapore molto simile al caffè.

Al consumo di caffè sono da sempre legati alcuni pregiudizi che si sono rivelati infondati grazie alla ricerca scientifica. Innanzitutto, non è vero che bere il caffè causa aritmie e scompensi pressori; questi casi, infatti, sono riscontrabili soltanto nelle persone ipersensibili alla caffeina. Inoltre, spesso il caffè è stato accusato di alzare il tasso di colesterolo nel sangue; anche in questo caso, si tratta di una notizia vera solo per metà. L'innalzamento del colesterolo infatti ha luogo solo quando vengono fatte bollire acqua e polvere insieme, perché in questo caso i grassi del chicco restano nella bevanda.
Per gli italiani, che bevono il caffè filtrato (e i grassi restano nel filtro), questo non accade.

Infine, talvolta il caffè è stato messo in relazione con un aumento di incidenza del tumore al colon, ma anche questo pregiudizio è stato smentito, ribaltando addirittura la situazione ed affermando che il caffè avrebbe, invece, un'azione protettiva contro questo tumore.

Pregi e difetti

Il tè ed il caffè presentano poche controindicazioni e molti pregi. Vediamoli insieme.

Il tè Il caffè
Difetti Pregi Difetti Pregi

Ha un'azione astringente, quindi non è consigliabile alle persone che soffrono di stitichezza

Migliora la circolazione grazie agli antiossidanti contenuti nelle foglie

Proibito a chi soffre di ulcera o gastrite perché può peggiorare la situazione

Dà una mano nel combattere la stitichezza da intestino pigro in quanto stimola la peristalsi e l'evacuazione

Si lega al ferro impedendone l'assorbimento da parte del corpo, quindi non è consigliabile a chi soffre di anemia

Previene l'insorgenza della carie grazie al tannino, un antibatterico che combatte la fermentazione degli zuccheri

Provoca tachicardia, sovreccitazione ed ansia nelle persone ipersensibili alla caffeina

Facilita la digestione per la presenza di acido clorogenico, che aiuta i movimenti dello stomaco e la secrezione acida


Previene l'osteoporosi

Da abolire in gravidanza perché passa attraverso la placenta ed il feto è molto più sensibile agli effetti della caffeina

I polifenoli contenuti nel caffè prevengono l'invecchiamento e l'azione dannosa dei radicali liberi


Previene la formazione di tumori grazie alle sostanze, soprattutto i flavonoidi e le catechine, antiossidanti e stimolanti per il sistema immunitario


Avendo un'azione vasocostrittrice, aiuta a liberarsi dal mal di testa


Sempre grazie agli antiossidanti, rende la pelle elastica