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martedì 5 febbraio 2008

Allarme malattie sessuali per gli over 50

Londra - Le malattie a trasmissione sessuale non sono una prerogativa di giovani e giovanissimi: a contendere loro il triste primato dei malati sono ora gli over 50, che, probabilmente a causa di un abbassamento della guardia sull'utilizzo del preservativo, sono sempre piu' a rischio infezione.

L'allarme giunge dalla gran Bretagna, dove uno studio pubblicato sul Saga Magazine e suffragato dall'Agenzia britannica per la protezione della salute rivela la crescita del rischio malattie sessuali per le persone con oltre 50 anni. Piu' di uno su 10 degli intervistati ha ammesso di non utilizzare il preservativo per prevenire un'infezione, pur non conoscendo la storia sessuale del partner. L'indagine ha esaminato le condizioni generali di salute di un gruppo di 8.000 individui, cosi' come la loro vita sessuale.

"C'e' la vasta percezione - spiega Emma Soames di Saga Magazine - che le malattie a trasmissione sessuale siano un problema per i giovani, e inoltre gli over 50 non hanno bisogno di contraccezione per prevenire la gravidanza, e quindi pensano sia normale avere rapporti sessuali senza protezione".

Un abbassamento della guardia pericoloso, che non deve pero', sottolinea Gwenda Hughes, a capo del Centro malattie sessuali dell'Agenzia britannica per la salute, far dimenticare l'importanza e la crescita qualitativa del sesso "maturo": il 65% degli intervistati over 50 sono risultati infatti sessualmente attivi e quasi la meta' fa sesso almeno una volta alla settimana. Un boom dovuto alla crescita di farmaci come il Viagra. Superati i problemi erettili, per molti over 50 si e' aperta una dimensione sessuale inaspettata: il 70% degli intervistati ha confessato di avere una vita sessuale migliore rispetto a quando erano giovani, grazie anche, secondo l'85% del campione, a una minore pressione psicologica dopo i 50. Una qualita' superiore, a cui fa fronte un inevitabile calo quantitativo: l'84% degli intervistati ha confessato di fare meno sesso a 50 anni rispetto che a 20 o a 30, ma di essere comunque soddisfatto.

Greco: tumori e immondizia? Una bufala

Napoli - "Non c'e' bisogno del randello della salute per guadagnare un diritto essenziale, come quello di non avere immondizia per le strade". Lo dice, a margine del convegno "Sud e sanita': una nuova questione meridionale?", organizzato a Napoli dall'Anaao-Assomed, il capo dipartimento prevenzione salute del Ministero della Salute, Donato Greco, rispondendo ad una domanda dell'Agi sul legame tra emergenza rifiuti e tutela della salute.

Greco sottolinea che proprio nel vertice di oggi tra il ministro Livia Turco e il commissario Gianni De Gennaro e' stato evidenziato come dai "dati correnti del servizio sanitario campano si e' visto che non c'e' pericolo per la salute dalle giacenze di immondizia per le strade. Rifiuti per strada e tumori, diossine e tumori, un legame diretto e' una bufala. Qualcuno ha usato il randello della salute per creare una cultura di morte. Il sindaco che usa questo genere di argomenti, impedisce la legalita' e la normalità".

mercoledì 30 gennaio 2008

600mila fumatori in meno dopo legge Sirchia

Roma - Fumatori in calo in Italia dopo tre anni di legge Sirchia. Gli ultimi dati del Ministero della Salute, che verranno presentati al convegno organizzato proprio per fare il punto sugli effetti della legge anti-fumo, fotografano una trend non eccezionale, ma incoraggiante: oltre 600.000 fumatori in meno nel 2007 rispetto al 2004. Oggi in Italia gli amanti delle 'bionde' sono circa 12 milioni, pari al 22,7 per cento della popolazione over 14, mentre la percentuale solo tre anni fa era del 24 per cento. I primi dati, frutto del rapporto stilato per l'occasione dal Ministero della Salute dopo tre anni di monitoraggio, di controlli, di sondaggi, smentiscono parzialmente la vulgata di una legge Sirchia efficace (e invidiata in tutta Europa) per quella che e' la sua 'mission', cioe' vietare il fumo nei locali pubblici, ma poco piu' che un palliativo nello scardinare il vizio del fumo.

"L'impatto e' stato senz'altro positivo - spiega Daniela Galeone, della Direzione Generale Prevenzione Sanitaria del Ministero, responsabile della ricerca - e non sono pochi quelli che hanno smesso, specie tenendo presente che la media italiana era gia' in partenza tra le piu' basse d'Europa". E non solo ci sono meno fumatori, ma si fuma di meno: se prima della legge Sirchia le statistiche parlavano di quasi un pacchetto al giorno per ogni fumatore, oggi siamo scesi a 14 sigarette in media al giorno. Ma nel corso del convegno di mercoledi', incentrato sulle "tre P, progressi, problemi, prospettive", non si trascureranno le questioni ancora aperte. Anzitutto, se molto e' stato fatto, "la speranza - confessa Galeone - e' che il numero dei fumatori cali molto piu' drasticamente, anche attraverso le campagne di prevenzione e di comunicazione del Ministero".

Inoltre, se la media generale fotografa un sia pur leggero calo, alcuni dati ancora preoccupano: tra i giovani il fumo rimane un 'must', e non solo non sono calati i fumatori under 20, ma il numero dei nuovi fumatori resta costante ogni anno. E poi le donne: gia' avvenuto il sorpasso sull'eta' della prima sigaretta, i dati che saranno illustrati mercoledi' parlano di un 17% di fumatori "in rosa", calate si ma molto meno degli uomini. Tanto che aumentano i casi di tumore al polmone per le donne, a fronte del calo degli uomini. Non a caso il Ministero ha varato programmi specifici per mamme e famiglie, per segnalare soprattutto il rischio del fumo passivo sui bambini, che, spiega l'esperta del Ministero, "e' ormai accertato essere una delle possibili cause delle morti in culla".

L'impatto positivo sulla salute della legge Sirchia verra' esplicitato attraverso i dati dei ricoveri per infarto miocardico acuto, una delle principali "spie" dell'esposizione al fumo: un monitoraggio su Piemonte, Campania, Trentino e Lazio fotografa il calo dei ricoveri negli ultimi 3 anni, con un incoraggiante -10% solo a Roma.

Osteoporosi: colpisce 1 donna su 3

Roma - L'osteoporosi colpisce in Italia unapercentuale di persone oscillante fra il 3 e il 5% di cui 1 donna su tre e 1 uomo su 5; complessivamente oltre 4 milioni di italiani, di cui oltre 3 milioni donne. La Lombardia e' la regione che conta - in termini assoluti - il maggior numero di persone colpite dall' "epidemia silenziosa", con 670mila unita', seguita dalla Campania con 427mila ed il Lazio con 400mila. Secondo la prima indagine epidemiologica sulla diffusione dell'osteoporosi in Italia, condotta da ESOPO Osteoporosis Internationale' (su 16.000 soggetti, attraverso 83 centri specialistici distribuiti su tutto il territorio nazionale) l'osteoporosi (malattia caratterizzata da una bassa densita' delle ossa e da modificazioni della microarchitettura ossea che procede "silenziosamente" e progressivamente, spesso senza sintomi fino alla prima frattura) appare una patologia sotto-diagnosticata e sotto-trattata. Circa il 23% delle donne dopo i 40 anni e il 14% degli uomini sopra i 60 anni e' affetto da questa malattia, mentre nelle stesse fasce d'eta' l'osteopenia riguarda il 42% delle donne e il 34% degli uomini. Questi numeri sono in aperto contrasto con quelli raccolti dall'ISTAT, nella sua Indagine Multiscopo sulle Famiglie, dove solo il 4,7% degli intervistati (17,5% negli over 65) si dichiara affetto da osteoporosi.

La discrepanza si spiega con il fatto che la malattia e' quasi sempre asintomatica, ma certo sottolinea anche una certa trascuratezza da parte del sistema sanitario nelle diagnosi. Le donne, in conseguenza del drastico calo di estrogeni dopo la menopausa, sono molto piu' vulnerabili degli uomini, con un rischio quasi 4 volte superiore di sviluppare la patologia. Tuttavia l'osteoporosi resta legata a molti fattori propri dell'invecchiamento e, dato l'andamento demografico italiano, e' destinata a diffondersi sempre di piu'. L'Italia, infatti, e' al primo posto nella top ten dei paesi piu' vecchi del mondo, con oltre il 18% di ultrasessantacinquenni e quasi il 4% di over 85. Il rapido e marcato invecchiamento, che si prevede continui nei prossimi 20 anni, non puo' che portare a un aumento delle condizioni associate all'eta' e, quindi, dei loro costi socio-sanitari. Costi particolarmente elevati quando si parla della conseguenza piu' grave: la frattura del femore, che necessita sempre del ricovero in ospedale.

La mortalita' in fase acuta e' del 5% e sale al 15-25% nei dodici mesi seguenti; il 20% dei pazienti perde completamente la capacita' di camminare, mentre solo il 30-40% riacquista la piena autonomia nello svolgimento delle attivita' quotidiane. Le donne, piu' esposte al rischio di fratture, lo sono anche alle conseguenze invalidanti e questo rappresenta un enorme costo per la societa'. Le donne, infatti, rappresentano quella parte di popolazione che maggiormente si occupa della casa e dei famigliari, facendosi carico delle molte carenze che affliggono il nostro sistema socio-sanitario. Proprio i deficit di queste istituzioni- commenta il professor Gaetano Crepaldi - sembrano riflettersi in una visione maschilista della prevenzione, negando la rimborsabilita' ai farmaci (costosi) per il trattamento dell'osteoporosi. Molto e' stato fatto per la diagnosi precoce del tumore alla mammella, tuttavia pochi sanno che dopo i 50 anni per una donna il rischio di morte e' quasi lo stesso per cancro al seno o frattura del femore. I tassi d'incidenza della frattura del femore aumentano esponenzialmente dopo i 65 anni, raddoppiando quasi ogni 5 anni d'eta', fino ad arrivare a 400 casi ogni 10.000 nelle donne oltre gli 85 anni. Per quanti vogliano sapere di piu' su questa malattia, il Policlinico di Roma Umberto I offre l'opportunita' di rivolgere domande ad esperti il 26 gennaio prossimo, nell'ambito del Seminario "Osteoporosi: parlarne e' gia' una cura", promosso dalla Fedios (Federazione Italiana per l'Osteoporosi).

venerdì 11 gennaio 2008

Per ogni anno di più, aumentano di 20mila decessi

Palo Alto - I danni alla nostra salute del riscaldamento globale sono direttamente legati all'anidride carbonica, responsabile di migliaia di decessi e di un numero ancora piu' elevato di malattie respiratorie. Ogni grado centigrado di aumento della temperatura dell'atmosfera causato dalla CO2 sarebbe associato a ventimila decessi in piu' ogni anno nel mondo.

A sostenerlo e' Mark Jacobson, un ricercatore della Stanford University che utilizzando un software che simula quanto avviene nell'atmosfera, ha dimostrato per la prima volta il legame diretto tra emissioni di CO2 e conseguenze del riscaldamento globale sulla salute, quantificando addirittura l'effetto. Secondo l'esperto americano, si tratta realmente di una relazione causa-effetto, perche' e' stata calcolata isolando gli effetti dovuti alla CO2 da quelli degli altri agenti riscaldanti.

L'incremento di mortalita' e morbilita' e' legato all'aumento dei livelli di ozono, di particelle inquinanti e di sostanze cancerogene nell'aria. Il modello elettronico utilizzato, su cui il ricercatore lavora da anni, tiene conto delle leggi fisiche, della composizione chimica dei gas atmosferici, dei fenomeni di emissione e di trasporto delle particelle, e varia in base al movimento degli oceani e delle faglie, al clima, ai venti, e all'inquinamento stesso. Grazie ad esso e' stato possibile calcolare la quantita' di ozono e particelle sospese dovuti all'effetto serra, cioe' all'aumento della temperatura, causato dalla CO2.

L'ozono e' un gas assai irritante e assieme al particolato ha la capacita' di causare malattie respiratorie e cardiovascolari, di peggiorare asma, bronchiti croniche ed enfisema. Il software ha rivelato che l'alta temperatura aumenta la concentrazione di ozono e il vapore acqueo che si forma per effetto del calore ne aumenta la produzione. Inoltre, la temperatura dell'aria cresce piu' rapidamente di quella del suolo, diminuendo la dispersione delle particelle inquinanti, che, in aggiunta, sono rese piu' pesanti dal vapore acqueo.

Rifiuti: non si rilevano danni alla salute

Roma - Il Ministero della Salute sta costantemente seguendo l'evoluzione della situazione sanitaria nella Regione Campania in relazione all'attuale emergenza rifiuti con la presenza di migliaia di tonnellate di rifiuti domestici depositati per le strade.

E' quanto rende noto un comunicato del ministero, che prosegue: "Nel ribadire l'assoluta urgenza e necessita' per la rimozione controllata ed immediata dei rifiuti e la prevenzione di eventuali incendi abusivi, si sottolinea che:

  1. i dati disponibili in Regione Campania ed al Ministero della Salute sulle notifiche di malattie infettive e contagiose non mostrano un andamento particolarmente atipico eventualmente riferibile all'emergenza rifiuti.
  2. analogamente i dati sulle schede di dimissione ospedaliera appaiono seguire il normale andamento stagionale. Non vi sono quindi macroindicatori di particolari danni alla salute attribuibili all'emergenza del momento. Ai fini di una piu' ampia azione di monitoraggio e ricerca, il Centro per il controllo delle malattie del Ministero della Salute ha firmato - informa ancora la nota - una convenzione con la Regione Campania per una attivita' progettuale biennale sul tema ambiente e salute.

Il programma prevede tre principali linee di azione:

  1. revisione continua dell'evidenza scientifica sulla relazione tra rifiuti e loro manipolazioni e rischi per la salute umana, inclusa la verifica di esperienze italiane sia positive che negative per l'esposizione della popolazione a siti di manipolazione dei rifiuti urbani;
  2. campagna di comunicazione alla popolazione sulla corretta gestione dei propri rifiuti ma anche sulle evidenze scientifiche sulla salute connessi agli impianti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti;
  3. attivita' di monitoraggio continuo dei principali indicatori di salute del sistema sanitario ma anche di studi epidemiologici ad hoc. A questa attivita' progettuale partecipa anche la regione Sicilia. Un primo incontro tecnico per l'avvio del progetto e per il monitoraggio delle iniziative gia' avviate, si terra' a Napoli, presso l'Assessorato Regionale alla Sanita', Venerdi' 11 c.m.

Il Ministro della Salute - prosegue la nota - ha inoltre provveduto ad istituire un tavolo di lavoro su "ambiente e salute", di intesa con i Ministeri dell'Ambiente, dello Sviluppo Economico, degli Affari Regionali e dei Trasporti, al quale parteciperanno anche le Regioni, le Province e i Comuni. Il tavolo ha lo scopo di raccogliere le diverse competenze istituzionali per sostenere in modo adeguato una azione sinergica tra le diverse istituzioni sui temi piu' importanti concernenti la relazione tra salute e ambiente, anche al di la' dell'attuale emergenza rifiuti verificatasi in Campania.

martedì 8 gennaio 2008

14.000 nuove infezioni di epatite B in Italia ogni anno

Quattordicimila sono le infezioni da epatite B registrate ogni anno nel nostro Paese: questo il dato allarmante presentato a Roma dalla Società italiana di malattie infettive (SIMIT) nel corso di una conferenza tenutasi al Senato.
È vietato abbassare la guardia contro il virus HBV” è l’allarme lanciato dagli esperti e del presidente della SIMIT Giampiero Carosi: “quotidianamente muoiono circa quattordici persone a causa delle conseguenze dirette dell’infezione generata dal virus dell'epatite B”. Carosi, che fa capo all’Università degli studi di Brescia, ha spiegato che sono ben oltre seicentomila i portatori del virus in Italia, duecentocinquantamila dei quali sono immigrati.

Nonostante in Italia sia prevista la vaccinazione obbligatoria anti-HBV sin dal 1991, i numeri sono ancora preoccupanti e una raccomandazione dell'Unione Europea ha spiegato che è necessario “un approccio olistico alla malattia, maggiori informazioni al pubblico, integrazione sociale dei malati e, appunto, la necessità di consigliare il vaccino a tutti gli immigrati provenienti da zone a rischio, e negli istituti penitenziari”.

Secondo Alfonso Mele, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e responsabile del sistema di monitoraggio della diffusione dell'epatite B SEIEVA “bisognerebbe evitare gli allarmismi e puntare alle categorie a rischio ovvero a quelle persone che hanno rapporti sessuali con più partner, tossicodipendenti, conviventi di persone positive all’HBV e a coloro che si rivolgono a piccoli ambulatori per interventi estetici”.
Tra i problemi-clou legati alla diffusione del virus certamente si colloca quello relativo alla popolazione immigrata, come ricordato dal presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato Ignazio Marino: “anche i clandestini presenti sul territorio italiano possono oggi accedere alle cure e all'assistenza medica del Servizio Sanitario Nazionale servendosi dello status di straniero temporaneamente presente (STP). La loro presenza in una struttura pubblica, inoltre, non comporta alcuna segnalazione al Ministero degli Interni”.

martedì 27 novembre 2007

Cocaina: terzo ‘killer’ nell’elenco delle droghe in Italia. Ed è corsa agli interventi di ricostruzione nasale

Liste di attesa in ospedale non per sottoporsi a qualche complessa operazione salva-vita ma per ricostruirsi il naso, distrutto dalla cocaina: è l’allarmante dato presentato nei giorni scorsi dalla Federazione degli Operatori Pubblici delle Dipendenze (FEDERSERD). I numeri parlano chiaro: le liste di attesa per sottoporsi all’intervento di ricostruzione gratuitamente in ospedale sono lunghe un anno e mezzo, mentre sono di cinque mesi nelle cliniche private nelle quali si pagano circa diecimila euro per gli interventi di questo tipo. Numeri davvero significativi se si pensa che fino a qualche tempo fa gli interventi di ricostruzione del naso erano rari (uno su cento cocainomani e nessuna donna) e oggi non solo si deve aspettare così tanto, ma sono aumentati sia il numero delle donne che fanno richiesta dell’intervento che le persone di ceti sociali diversi.

Claudio Leonardi, coordinatore del Comitato scientifico di FEDERSERD, ricorda che solo poco tempo fa a richiedere l’intervento di ricostruzione di un naso distrutto dalla cocaina erano i personaggi del mondo dello spettacolo o i manager mentre adesso i pazienti-tipo sono di differente estrazione sociale. È la dimostrazione che la cocaina non è più una ‘droga di lusso’ ma è diventata estremamente popolare; secondo un recente Rapporto redatto dal CNR, la cocaina uccide ogni anno circa mille persone: di più riescono a fare solo il fumo (con 130.000 decessi) e l’alcol (con 40.000). E’ di pochi giorni fa la pubblicazione dell’ultimo inquietante Rapporto 2007 dell'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) che ha studiato i dati relativi al consumo di droghe in 27 Paesi dell’Unione Europea: 4,5 milioni di europei hanno confessato di aver sniffato la cocaina nel corso dell’ultimo anno. Un numero spaventosamente superiore a quello registrato nell’anno scorso che non superava i 3,5 milioni. Il quadro è preoccupante soprattutto per quel che riguarda i giovani: circa 7,5 milioni di giovani dichiarano di aver sniffato almeno una volta nella vita e proprio l’Italia si colloca ai primi posti della classifica per i consumi giovanili, accanto a Germania, Danimarca, Spagna e Regno Unito, con una media di consumatori di cocaina tra i 15 e i 34 anni che supera il 5% del totale. A confederare questo trend è stato anche il Rapporto annuale sull’attività dei Sert per il 2006, redatto dal Ministero della Salute, nel quale si legge chiaramente che il numero di consumatori di cocaina che si rivolgono ai Sert è in netto aumento: nel 1991 solo l’1,3% dei soggetti che si rivolgevano ai Sert lo facevano per una dipendenza da cocaina, mentre nel 2006 la percentuale è salita al 14%.
Gian Luigi Gessa, uno dei massimi esperti di neurofarmacologia, ha sottolineato, nel corso di un recente convegno che il problema/cocaina è sottovalutato e difficilmente gestibile: “abbiamo finalmente imparato a gestire la dipendenza da alcol e da eroina, grazie ai farmaci e ad un'organizzazione che funziona, ma il mondo sta cambiando e la gente comincia a usare la cocaina molto più dell’eroina, non abbiamo farmaci e non c’è un’organizzazione che permetta di rispondere in modo adeguato”.
Intanto, però, a seguito dell’allarme lanciato dalla FEDERSERD, si susseguono commenti e opinioni in proposito. Mario Bussi, direttore della cattedra e dell’unità operativa di otorinolaringoiatria dell’Istituto scientifico universitario San Raffaele, un centro di eccellenza per gli interventi di ricostruzione a seguito di lesioni da cocaina, sottolinea che operare un cocainomane non ha senso se poi egli stesso non smette di ‘sniffare’: le lesioni provocate dalla cocaina ai tessuti della mucosa nasale e a quelli della cartilagine possono essere davvero devastanti e non sempre permettono di intervenire chirurgicamente. “Il presupposto fondamentale per sottoporsi a questo tipo di intervento è la sospensione dell’uso della sostanza, per stabilizzare il danno e fermare infezioni e necrosi, e permettere ai tessuti di diventare trattabili: solo a questo punto si può ricorrere alla chirurgia”: questo il parere di Bussi che conclude sottolineando come l’intervento sia particolarmente complesso e che “è una questione di coscienza del chirurgo non praticarla se non sussiste la totale astensione dalla droga”.

martedì 13 novembre 2007

I mali del ventunesimo secolo? Dalla internet dipendenza agli avatar psicotici

Un giovane trentenne è morto qualche tempo fa in Cina dopo aver giocato online in un internet cafè per ben tre giorni ininterrottamente.

Secondo i medici che lo hanno soccorso dopo che era stato portato d’urgenza in ospedale, il giovane sarebbe deceduto a causa dei problemi cardiaci causati con molta probabilità dalla lunghissima esposizione al computer. Negli anni ’90 uno psichiatra statunitense, Ivan Goldberg, coniò per questa strana forma di ossessione il nome di Internet dipendenza o Internet Addiction Disorder (IAD) e, a distanza di anni, non sembra che questa sindrome sia in remissione, tutt’altro: sono sempre più numerosi i giovani e non solo che vengono coinvolti nella vita virtuale in maniera ossessiva e totalizzante, così totalizzante da sostituire la vita reale con quella virtuale.

Goldberg e, dopo di lui, molti colleghi hanno esaminato i sintomi tipici di questa dipendenza e hanno individuato tre comportamenti che progressivamente vanno letti come indicatori significativi di una IAD in sviluppo. La prima spia di allarme si accende quando nel corso della giornata si ripetono continuamente le stesse azioni: controllo della posta elettronica più volte al giorno, troppo tempo passato in chat oppure ricerca di programmi e strumenti per comunicare online sempre più innovativi; la seconda tappa è definita tossicofilia ed è caratterizzata da un tempo sempre maggiore trascorso on-line, anche durante l’orario lavorativo, a scapito di ore di sonno e con un crescente senso di disagio e sofferenza quando si è scollegati, una sensazione del tutto paragonabile a quella dell’astinenza; infine si raggiunge lo stato di tossicomania quando ormai l’ossessione della rete compromette i rapporti interpersonali, quelli scolastico-lavorativi e porta ad un isolamento sociale.


La Internet Dipendenza è un disturbo dei nostri tempi e sta già assurgendo agli onori della cronaca non solo per le vittime che miete, soprattutto tra i giovanissimi, ma anche perché gli esperti chiedono di inserirla a pieno titolo nei disturbi mentali riconosciuti. Negli Stati Uniti è tutto un fiorire di comunità terapeutiche e centri di disintossicamento da Internet, anche se la prevenzione resta ancora l’arma migliore per cercare di affrontare questo disturbo. Non si deve trascorrere più di un’ora o due connessi on-line ed è importante integrare il tempo passato online con svaghi reali come fare shopping, avere relazioni sociali o altri hobby, non sostituire mai la socializzazione reale con quella virtuale e se si inizia a sentire una sensazione incontrollabile di collegarsi ad internet è bene chiedere aiuto a un esperto: consigli utili non solo per chi è cosciente e in grado di riconoscere tempestivamente i primi sintomi di una dipendenza da internet, ma anche per i genitori che sempre più spesso si trovano a dover fare i conti con adolescenti che sostituiscono le normali reti di relazioni sociali con relazioni virtuali. Il problema non è rappresentato solo dalle chat line dove si conoscono persone e che rischiano di sostituire i luoghi tradizionali dove si fa conoscenza e si stabiliscono rapporti interpersonali, ma anche dalla possibilità di vivere vite alternative vestendo i panni di eroi e personaggi virtuali che però a lungo andare, rischiano di prendere il posto delle personalità reali.

L’ultimo allarme in tal senso lo ha lanciato Massimo di Giannantonio, direttore del dipartimento di salute mentale dell'Asl di Chieti, che ha spiegato recentemente come si sia affacciata nel panorama del mondo della psichiatria del ventunesimo secolo la “trance dissociativa da videoterminale”, un disturbo del tutto nuovo caratterizzato dal fatto che il soggetto si immedesima talmente nel suo avatar (il personaggio virtuale da lui gestito) da perdere totalmente il controllo della vita reale. Non esistono più limiti anagrafici, geografici, contestuali e ciò genera un senso di onnipotenza che sconfina nella patologia: “questi cloni sono talmente perfetti da racchiudere in sé anche i disturbi mentali degli utenti", ha dichiarato lo psichiatra. Ciò significa non solo che spesso l’avatar può rappresentare una proiezione diversa e migliore di noi dandoci la possibilità di scoprire inediti aspetti della nostra personalità, ma anche che potrebbe diventare catalizzatore delle nostre nevrosi grandi e piccole e che soggetti nevrotici o psicotici possono riversare sull’avatar le loro stesse patologie: in altre parole Second Life diventa sempre più simile al mondo reale popolato anche da persone/avatar disturbate.

Ma come si possono distinguere questi avatar psicotici?
Di Giannantonio azzarda una serie di consigli: in genere diffidare dalle donne eccessivamente disponibili, disinibite o manipolatrici o dagli uomini che non mostrano nessuna contraddizione, che si presentano come eroi senza paura e che si vantano di gesta eccessivamente eroiche. Anche i colori possono essere utili per tenersi alla larga da un avatar disturbato: il viola nell’avatar maschile e il blu elettrico in quello femminile identificherebbero “ipereccitabilità interiore”.

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