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martedì 8 gennaio 2008

Distinguiamo tra un'intolleranza e un'allergia alimentare

Un’intolleranza alimentare o una vera e propria allergia? La distinzione è molto netta a livello scientifico, ma non è sempre così chiara per chi soffre di allergie o per chi deve gestirle, ad esempio i genitori. A cercare di chiarire la differenza tra intolleranza e allergia ad un alimento arriva una nota di James Li, studioso allergologo presso la Mayo Clinic statunitense che, sulla pubblicazione periodica dello stesso istituto, illustra quali sono gli elemento che caratterizzano un’allergia alimentare e la distinguono da un’intolleranza.

Prima di tutto i sintomi: un’allergia causa una reazione moto seria e quasi istantanea – prurito nella bocca, eczema, rigonfiamento delle labbra, della lingua e della gola, difficoltà a respirare, dolore addominale e diarrea, nausea, vomito – l’intolleranza, invece, permette non soltanto di assumere minime quantità del cibo ‘incriminato’ senza avere problemi, ma causa anche sintomi meno evidenti e aggressivi.

L’allergia provoca una reazione del sistema immunitario che identifica il cibo assunto come un nemico e produce gli anticorpi chiamati immunoglobuline E che corrono a combattere gli allergeni; l’intolleranza, invece, non coinvolge il sistema immunitario ma il sistema gastrointestinale che non riesce a gestire il cibo assunto nella maniera corretta a causa della mancanza di alcuni enzimi necessari per digerire il cibo: l’esempio più eclatante e diffuso è quello dell’intolleranza al lattosio che, proprio a causa dell’assenza di un enzima, provoca diarrea, meteorismo e dolori addominali a chi beve latte e i suoi derivati. Solo una percentuale minima della popolazione infantile - un numero variabile tra il 2 e il 6% - soffre di vere e proprie allergie alimentari, la maggior pare dei disturbi provocati dall’assunzione di un preciso alimento sono, invece, riconducibili ad un’intolleranza.

martedì 11 dicembre 2007

Alcol: miorilassante aiuta malati di cirrosi epatica

Un nuovo farmaco aiuta i pazienti con cirrosi epatica a stare lontani dall'alcol. E' il baclofen e la sua efficacia e' stata dimostrata da uno studio dell'Universita' Cattolica di Roma pubblicato su Lancet.

Nei paesi sviluppati, l'abuso di alcol e' la piu' frequente causa di cirrosi epatica e, una volta che e' insorta la malattia, le persistenza nel consumo e' associata a un'elevata mortalita'. Data la scarsa efficacia che i trattamenti medici e chirurgici hanno nel caso in cui si continui a bere, per questi pazienti l'unica strategia davvero efficace e' l'astinenza completa dall'alcol, un traguardo spesso troppo difficile da raggiungere. Ora, pero', lo studio clinico condotto dai ricercatori dell'Universita' Cattolica ha suggerito l'efficacia del miorilassante baclofen nel promuovere l'astinenza dall'alcol in alcolisti con cirrosi epatica, indicando per questo farmaco un ruolo d'elezione nel trattamento di questi pazienti. Allo studio hanno partecipato 148 alcolisti con cirrosi epatica suddivisi in due gruppi: alcuni hanno ricevuto un trattamento con baclofen, altri con un placebo.

Il grado di astinenza e la sua durata sono stati valutati dai ricercatori (guidati da Giovanni Addolorato, dell'Istituto di medicina interna) sulla base delle dichiarazioni dei partecipanti e di parametri clinici sullo stato di salute del fegato. I risultati, presentati sulla rivista Lancet, sembrano davvero positivi: ben il 71 per cento dei pazienti trattati con baclofen ha raggiunto e mantenuto l'astinenza, contro il 29 per cento di quelli che avevano assunto un placebo. Tra i partecipanti del primo gruppo, inoltre, il periodo di astinenza e' durato in media il doppio del tempo (62,8 giorni contro 30,8).

martedì 27 novembre 2007

Fibre e cereali integrali: la ricetta salva-pancreas

La prevenzione del tumore al pancreas inizia a tavola. Nei giorni scorsi alcuni studiosi dell’Università della California hanno pubblicato sulle pagine della rivista scientifica American Journal of Epidemiology i risultati di un’ampia ricerca che avrebbe evidenziato il ruolo benefico garantito dai cereali integrali e dalle fibre. Non è certamente novità che questi alimenti facciano bene alla salute, ma gli scienziati statunitensi hanno osservato una riduzione pari al 35% del rischio di ammalarsi di tumore al pancreas per quelle persone che assumevano almeno 26,5 grammi di fibre al giorno rispetto a quelle che non superavano i 15,6 grammi quotidiani.


June M. Chan e i colleghi dell’ateneo di San Francisco hanno analizzato il consumo di cereali di 532 pazienti colpiti da tumore al pancreas e 1.701 persone in buona salute: i due gruppi erano simili per età, sesso, peso corporeo e precedenti di diabete. I risultati conclusivi della ricerca avrebbero evidenziato chiaramente che le persone abituate ad assumere almeno due porzioni di fibre e cereali integrali al giorno avrebbero meno probabilità di ammalarsi di tumore pancreatico rispetto a chi non superava una porzione giornaliera di questi alimenti. Chan ha spiegato che il beneficio protettivo sarebbe evidente solo per chi assumeva cerali integrali e non quelli raffinati o zuccherati: “mangiare regolarmente, a colazione ad esempio, questo tipo di alimenti aiuta non soltanto a prevenire malattie come il diabete o i disturbi cardiaci, ma anche un tumore potenzialmente mortale come quello al pancreas” ha concluso lo studioso californiano.

venerdì 23 novembre 2007

Migliorano le possibilità di cura per l'epatite C

I virus dell'epatite C non sono tutti uguali e non tutti rispondono allo stesso modo ai farmaci impiegati per combatterli. La risposta scende drammaticamente in chi è stato infettato da un virus con genotipo 1 (fino al 30%). I pazienti con questo tipo di infezione, inoltre, devono ricevere il trattamento per un periodo più lungo rispetto agli altri. Ma per fortuna, sembra che le cose stiano cambiando.

Un nuovo studio - presentato a Boston dal Prof. Stephen Zeuzem, del Second Department of Medicine di Francoforte, in Germania - ha infatti dimostrato che l’aggiunta di Telaprevir, un inibitore della proteasi del virus dell'epatite C, alla terapia antivirale è in grado di potenziare la risposta virologica anche nei pazienti con epatite cronica C con infezione da genotipo 1, riducendo la durata totale del trattamento rispetto alla terapia di combinazione standard.