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martedì 18 marzo 2008

Sedentario un bambino su due

Roma - Due bambini su tre in eta' di asilo e uno su due in eta' scolastica possono essere definiti 'sedentari'; il dato tende a peggiorare prendendo in considerazione gli adolescenti. Sempre piu' schermi accesi tra internet, televisioni e playstation e sempre meno visi arrossati e sudati.

Questo lo spaccato dello stile di vita dei bambini italiani ottenuto grazie all'elaborazione dei dati dell'Osservatorio nutrizionale Grana Padano, che da 4 anni a questa parte, grazie alla collaborazione di FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) e SIMG (Societa' Italiana Medicina Generale) coinvolge centinaia di Pediatri di libera scelta e Medici di medicina generale nella raccolta di dati sulla popolazione italiana. A partire dal 2007, il software utilizzato per raccogliere dati e' stato migliorato permettendo ai medici non solo di registrare le informazioni sulle abitudini alimentari ma anche quelle sullo stile di vita dei propri pazienti come lo svolgimento di attivita' fisica e il tempo trascorso in attivita' sedentarie (guardare la TV, utilizzare il PC, fare giochi elettronici); grazie a questo nuovo aggiornamento vengono inoltre rilevati oltre al peso e altezza anche la circonferenza addominale del paziente.

Per le fasce di eta' di competenza pediatrica i dati raccolti grazie ai genitori intervistati che hanno riportato il numero di ore al giorno dedicate dal/dalla loro figlio/a a TV, PC, e giochi elettronici, non sono confortanti. Il numero di bambini e ragazzi sedentari e' molto elevato: 2 su 3 nell'eta' dell'asilo e quasi uno 1 su 2 nei ragazzi piu' grandi, con tendenza a maggior sedentarieta' da parte delle femmine. Anzi, negli adolescenti il numero tende a salire ancora leggermente rispetto ai pre-adolescenti. Se si considera la fascia d'eta' dai 3 ai 10 anni, i bambini trascorrono di fronte alla TV di media 1 ora e 45 minuti, ma andando verso l'adolescenza il tempo di 'videoesposizione' aumenta sempre di piu' e oltrepassa le 2 ore.

"Lo stile di vita dei bambini/ragazzi e' definito 'sedentario' quando non viene praticato sport in orario extrascolastico per almeno due ore la settimana e gioco movimentato (che fa 'sudare') per almeno 30 minuti al giorno e 'non sedentario' quando viene praticato sport per almeno due ore la settimana e gioco movimentato per almeno un'ora al giorno", illustra Giuseppe Mele, Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri.

"Dai nostri rilevamenti colpisce molto l'elevato numero di bambini sedentari, in eta' in cui non vi dovrebbero essere impedimenti al libero sfogo delle potenzialita' fisiche". Dai dati dell'Osservatorio Grana Padano risulta che il 44% dei bambini dai 3 ai 6 anni, il 31% dei bambini dai 7 ai 10 anni e il 26 % di quelli dagli 11 ai 16 anni presentano un rapporto circonferenza/altezza maggiore di 0,5, il che e' indice di obesita' viscerale anche per bambini di peso normale.

"I bambini con queste caratteristiche - spiega Claudio Maffeis, Professore Associato di Pediatria dell'Universita' di Verona - vanno monitorati con piu' attenzione perche' possono presentare con piu' frequenza fattori di rischio cardiovascolare rispetto a quelli con un rapporto vita/altezza <0.5" . L'obesita' viscerale ovvero la deposizione di grasso nell'area addominale, soprattutto in sede peri-viscerale, e' fattore di rischio importante per lo sviluppo di alterazioni metaboliche. La misura della circonferenza addominale e' correlata al grasso intra-addominale. Pertanto la misura della circonferenza addominale e' un ottimo strumento per avere una stima del grado di deposizione lipidica in area addominale anche nel bambino e nell'adolescente. All'aumentare della circonferenza addominale aumenta il rischio di avere fattori di rischio cardiovascolare.

Ipertensione: in arrivo il vaccino

Londra - Una semplice iniezione potrebbe un giorno eliminare la necessita' di assumere farmaci contro la pressione alta: e' la nuova frontiera della lotta all'ipertensione secondo il team di ricerca della societa' biotech svizzera Cytos. Gli scienziati svizzeri hanno scoperto che questa sorta di vaccino, che agisce contro un ormone del sangue, riduce significativamente la pressione, si legge sulla rivista Lancet.

L'iniezione e' stata testata su 72 pazienti ipertesi e ha funzionato senza causare gravi effetti collaterali. Sia i ricercatori sia gli osservatori esterni commentano che si tratta di risultati promettenti ma che necessitano di ulteriori trial su piu' vasta scala. Ma il nuovo sistema potrebbe rappresentare un importante miglioramento per la vita di chi oggi deve prendere pillole ogni giorno. Il vaccino messo a punto dai ricercatori svizzeri agisce sull'ormone angiotensina, che fa restringere i vasi sanguigni e aumenta la pressione.

Sono state testate due diverse dosi: da 300 microgrammi e da 100, insieme a un placebo, somministrate all'inizio, dopo quattro settimane e dopo 12, per offrire al paziente una copertura di quattro mesi.

Diabete: nuovo farmaco da saliva della lucertola

Roma - E' stato creato "imitando" la natura, e piu' esattamente un enzima contenuto nella saliva di una rara e velenosa lucertola, il "Mostro di Gila", che consente al corpo di stimolare autonomamente la secrezione di insulina e di controllare cosi' la glicemia.

E' a disposizione anche in Italia il nuovo farmaco exenatide, unico trattamento non orale contro il diabete in grado di far perdere peso e di migliorare la funzionalita' delle cellule beta del pancreas, evitando al paziente malato di diabete di tipo 2 di sottoporsi alle iniezioni di insulina per almeno tre anni (questa l'efficacia testata). Il farmaco e' stato presentato al Bioparco di Roma, scelta non casuale visto che l'ospite d'onore della conferenza era proprio lei, la lucertola di Gila, rettile nordamericano che mangia solo tre o quattro volte l'anno, la cui saliva dal metabolismo prodigioso contiene un ormone, l'exendin-4, in base al quale la casa farmaceutica Lilly ha prodotto in laboratorio l'exenatide. Si tratta di un farmaco incretino-mimetico: in pratica "mima" l'azione di un ormone incretinico naturale (Glp-1), stimolando la secrezione di insulina.

"Il suo meccanismo d'azione - spiega Francesco Giorgino, direttore dell'U.O. di Endocrinologia presso il Policlinico di Bari - volto a recuperare la funzionalita' delle beta cellule, dimostra di essere efficace nel controllare la glicemia. Nel paziente non adeguatamente controllato dagli ipoglicemizzanti orali, exenatide puo' essere una valida alternativa alla terapia con insulina per via iniettiva".

I dati sono incoraggianti: l'80% dei malati che assumono l'exenatide (che negli Stati Uniti e' in commercio gia' da due anni) riscontrano la sua efficacia.

Inoltre il farmaco provoca un effetto collaterale particolarmente apprezzato soprattutto dalle donne, che infatti usano piu' degli uomini il nuovo trattamento: la perdita di peso. Progressivamente si puo' arrivare a perdere 12-13 chili, visto che exenatide causa un abbassamento del livello di sazieta', oltre a una sensazione di nausea (riscontrata dal 30% dei pazienti) che pero' scompare col tempo.

Un fattore importante, fa notare il presidente dell'Associazione Italiana Diabetici, Raffaele Scalpone, considerando che "solitamente con il passaggio all'insulina il diabetico deve fronteggiare oltre a un problema di natura psicologica anche un aumento di peso significativo. L'arrivo di exenatide puo' rappresentare una nuova strada che risolve, in parte, ma efficacemente, questo tipo di problemi". Evitando, gli fa eco Giorgino, anche "l'elevato rischio di complicanze cardiovascolari dovuto all'aumento di peso". Il farmaco e' stato inserito dall'Aifa in fascia A, ed e' quindi totalmente gratuito per i pazienti.

Il tè nero contiene delle sostanze che aiutano a prevenire il diabete

Siete amanti del tè nero? Secondo i ricercatori della Dundee University sarete allora abbastanza protetti dal diabete di tipo 2. Gli studiosi scozzesi, in collaborazione con i colleghi dello Scottish Crop Research Institute, hanno analizzato il tè nero in laboratorio e hanno scoperto che alcune sue componenti, come le teflavine e le terubigine, riescono a ‘mimare’ perfettamente il meccanismo di azione dell’insulina. In particolare, gli scienziati guidati da Graham Rena, hanno osservato che queste sostanze riescono a imitare l’azione dell’insulina su una proteina che, nei topi, nei moscerini da frutta e nei vermi, ha già dimostrato di giocare un ruolo-chiave nel rapporto tra dieta e salute. Secondo i ricercatori, è possibile che questi componenti del tè svolgano la stessa azione nell’organismo umano riuscendo, quindi, a prevenire lo sviluppo del diabete.

Lo scienziato scozzese ha spiegato, sull’ultimo numero della pubblicazione scientifica Aging Cell, che verranno condotte ulteriori ricerche in proposito: “per ora si tratta di uno studio preliminare che certamente dimostra i benefici effetti procurati dal tè e dai suoi componenti sulla prevenzione del diabete e per la salute in generale, ma certamente andranno condotti degli esperimenti clinici sugli uomini prima di poter dare a questa ipotesi una validità scientifica” ha concluso Rena.

Usa: scienziati guariscono i topi dal diabete

Londra - Un gruppo di scienziati americani e' riuscito a liberare dei topi malati di diabete dagli effetti della malattia usando un cocktail di quattro farmaci. I topi, che avevano il diabete di tipo 1 o giovanile, hanno cominciato a produrre da soli l'insulina dopo aver preso il mix di medicinali. In passato lo stesso team della Harvard University era riuscito solo a fermare la distruzione delle cellule produttrici di insulina, non a rigenerarle. Oggi, come si legge sul New Scientist, unendo un altro farmaco al cocktail precedentemente sperimentato, sono riusciti anche in questo compito e sperano di poter presto cominciare i trial sull'uomo. L'ingrediente extra che ha permesso ai topi di tornare a produrre da se' l'insulina e' un enzima chiamato alfa 1 anti-tripsina, che ha avuto come effetto un aumento significativo di cellule beta e, sembra, anche una diminuzione dell'infiammazione del pancreas.

sabato 2 febbraio 2008

L'inquinamento potrebbe causare il diabete

Londra - Smog e inquinamento ambientale potrebbero essere complici dell'insorgenza del diabete di tipo 2. Anche se la ricerca sulle cause si concentra principalmente su due aspetti - la genetica e l'obesità - ci sono indizi che i fattori ambientali giochino un ruolo rilevante nella diffusione della malattia.

E' quanto sostiene un commento pubblicato dalla rivista Lancet da parte di due biochimici dell'Universita' di Cambridge. I ricercatori hanno richiamato l'attenzione sugli studi condotti dall'equipe del coreano Duk-Hee Lee, dai quali emergerebbe una forte correlazione tra i livelli ematici di inquinanti organici persistenti (in particolare composti organoclorurati) e il rischio di diabete di tipo 2. ''Ovviamente, correlazione non significa per forza che sussista un rapporto di causa-effetto, ma se cosi' fosse le implicazioni potrebbero essere molto gravi. E' il caso di approfondire la questione'', sostengono gli autori su Lancet.

I giovani che bevono rischiano il cuore

New York - Le persone che da giovani bevono pesantemente hanno molte più probabilità di sviluppare una serie di fattori di rischio che possono portare a ictus e malattie cardiache, secondo quanto suggerisce uno studio. La ricerca ha esaminato le abitudini connesse al consumo di alcol nel corso della vita in oltre 2.800 individui.

Coloro che bevevano molto da adolescenti e da giovani con molte più probabilità sviluppavano negli anni la sindrome metabolica rispetto a coloro che bevevano moderatamente. La sindrome metabolica è un insieme di fattori di rischio di malattia cardiaca, ictus e diabete: obesità addominale, pressione alta, bassi livelli di colesterolo buono, zuccheri e trigliceridi alti nel sangue. La Dr.ssa Marcia Russell, una delle ricercatrici che ha lavorato allo studio, sottolinea: 'Le conseguenze a lungo termine del bere molto, per esempio un maggior rischio di malattie cardiovascolari, sono un buon motivo per smettere o moderarsi'. I risultati sono pubblicati dal Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Il tè verde potrebbe arginare il deposito di grassi nel fegato: studio USA su modelli animali

Alcuni estratti del tè verde sarebbero in grado di interrompere l’insorgenza di depositi di grasso nel fegato e garantire alcuni benefici nella lotta all’obesità: è quanto spiegato da un team statunitense che ha condotto uno studio su topi da laboratorio.

La malattia del fegato grasso, che colpisce solo negli USA ben 40 milioni di cittadini, è il più silenzioso e temibile complice dell’obesità, come spiegato sul Journal of Nutrition dal team di Richard Bruno della University of Connecticut.

Secondo i dati della ricerca, i topi obesi che erano nutriti con una dieta a base di estratti di tè verde erano del 23/25% più ‘magri’ dei topi nutriti normalmente; inoltre, anche le misurazioni di alcuni enzimi del sangue – utilizzati come markers del danno epatico – mostravano come una dieta con estratti di tè verde fosse da associare ad una migliore attività epatica generale (41% contro il 30%).

Successivi studi approfondiranno – come anticipato da Bruno – le possibili applicazioni del tè verde che, attraverso le catechine, svolge un’attività antimutagena e anticancerogena.

mercoledì 30 gennaio 2008

Il bendaggio gastrico fa regredire il diabete

Chicago - L'applicazione di un bendaggio gastrico per ridurre il volume dello stomaco, non serve solo per curare l'obesita', ma aiuta anche a combattere il diabete nei pazienti con molti chili di troppo. Fino a farlo addirittura regredire.

A dimostrarlo e' stato uno studio australiano, condotto alla Monash University di Melbourne e pubblicato sulla rivista Jama, da cui e' emerso che gli obesi affetti anche da diabete di tipo 2 che si sottopongono all'intervento, perdono piu' peso rispetto a quelli che cercano di dimagrire utilizzando metodi convenzionali, e soprattutto, riescono piu' facilmente ad ottenere una remissione della loro malattia diabetica. Un effetto che appare dovuto proprio alla capacita' dell'intervento laparoscopico, sviluppato da chirurghi italiani e belgi, di far perder peso. Obesita' e diabete di tipo 2, destinati probabilmente a diventare i due maggiori problemi di salute pubblica dei prossimi decenni, sono strettamente collegati, con la prevalenza del diabete che cresce al crescere della prevalenza dell'obesita'.

E il controllo del peso e' probabilmente il fattore piu' importante del controllo della glicemia e del diabete. Tuttavia, le attuali strategie dimagranti basate su dieta, attivita' fisica, modificazioni dello stile di vita e anche su interventi farmacologici, hanno un'efficacia limitata e quando anche hanno successo, riescono a far perdere solo pochi chili. In particolare, proprio nei diabetici. Recentemente si e' visto che la chirurgia bariatrica (interventi di gastroplastica, by-pass digiuno ileale, diversione bilio-pancreatica) riduce effettivamente l'incidenza del diabete negli obesi operati. Degli effetti della chirurgia per l'obesita' sul diabete conclamato, si sapeva pero' poco.

Dall'Australia e' giunta invece la notizia che il bendaggio gastrico, reversibile, effettuato in laparoscopia con tecnica mininvasiva e molto piu' diffuso degli altri interventi (complessi, traumatici e molto rischiosi), ha un'azione addirittura curativa sul diabete. Alla ricerca della Monash University hanno partecipato 60 pazienti diabetici e obesi con indice di massa corporea (Bmi) tra 30 e 40: a meta' di essi e' stato applicato il bendaggio gastrico, mentre l'altra meta' ha intrapreso un programma per dimagrire basato su dieta ed attivita' fisica.

Dopo due anni, l'intervento non aveva solo ridotto drammaticamente l'emoglobina glicosilata (che riflette il controllo della glicemia), ma aveva addirittura ottenuto la remissione del diabete in tre quarti dei casi: il diabete e' infatti praticamente scomparso in 22 dei 30 obesi operati (tasso di remissione del 76 per cento), ma solo in 4 di quelli che avevano tentato di perder peso con dieta ed esercizio (tasso di remissione del 15 per cento).

Il sorprendente effetto appare dovuto alla perdita di peso in se' piuttosto che all'approccio utilizzato: i pazienti in cui era stato applicato il bendaggio, infatti, hanno perso in media il 20 per cento del peso corporeo, mentre gli altri non sono riusciti a perdere nemmeno il 2 per cento. Probabilmente, se con la dieta e l'esercizio si riuscisse a perdere cosi' tanto peso, anche queste strategie consentirebbero di ottenere la remissione del diabete. Ma questo e' molto, molto piu' difficile. I risultati non significano che tutti i diabetici obesi debbano essere operati: l'applicazione del bendaggio gastrico e' pur sempre un intervento chirurgico, anche se eseguito in laparoscopia, non e' privo di rischi, ed e' costoso. Occorrera' percio' valutare accuratamente i vantaggi di una perdita rapida e consistente di peso con la conseguente possibilita' di tenere sotto controllo il diabete senza ulteriori terapie, contro il grado di obesita', la gravita' del diabete, rischi, costi ed esigenze del pazienti.

Carne rossa, fritture e soda dietetica: tre alleati di malattie cardiache e diabete

La carne rossa di nuovo sul banco degli imputati. Uno studio condotto presso l’Università del Minnesota avrebbe concluso che eccessive quantità di carne rossa aumentano il rischio di problemi cardiaci e diabete.
Secondo quanto riportato recentemente dalla rivista specializzata Circulation, mangiare due o più porzioni di carne rossa al giorno aumenterebbe del 25% il rischio sviluppare la sindrome metabolica (una condizione che predispone a diabete e disturbi cardiovascolari ed è caratterizzata da grasso depositato attorno alla vita, colesterolo alto, glicemia sopra la norma e ipertensione) rispetto ad un consumo di questi cibi non superiore alle due porzioni alla settimana.

Gli epidemiologi statunitensi, guidati dalla studiosa Lyn Steffen, hanno analizzato ben 9514 persone che avevano partecipato ad un ampio studio nazionale sulla salute del cuore. Tutti i volontari avevano dovuto compilare dettagliati questionari per riferire circa le loro abitudini alimentari: dalle analisi condotte dai ricercatori del Minnesota è emerso che un consumo eccessivo di carne rosa, di cibi fritti e soda dietetica aumenterebbe il rischio cardiaco e di diabete. Dopo nove anni dall’inizio dello studio, infatti, quasi il 40% di tutti i soggetti aveva sviluppato tre o più fattori tipici della sindrome metabolica.

Il dato relativo alla soda dietetica ci ha particolarmente sorpreso e lo spieghiamo con un comportamento tipico dal punto di vista psicologico: una persona dice a se stessa che dal momento che preferisce bevande dietetiche si può permettere fritture e carni grasse; nulla di più scorretto per la salute oltre che per la forma fisica”, ha concluso la ricercatrice statunitense.

venerdì 28 dicembre 2007

Troppo dolce... anzi, diabetico!

Il primo documento della storia in cui si fa cenno al diabete è il papiro di Ebers, pubblicato dall'archeologo tedesco Georg Moritz Ebers nel 1875. Si tratta di un trattato di medicina di 20 metri redatto nell'antico Egitto nel 1552 a.C. e scoperto a Luxor. Viene menzionata la poliuria come sintomo principale ed associata ad ?acqua che scorre?, da cui il nome di diabete. A questo nome viene poi associato l'aggettivo mellito, in riferimento al sapore dolce dell'urina (perché in mancanza di strumenti adeguati i primi medici le urine le ?assaggiavano?).
Una descrizione precisa di questa patologia nell'antichità fu effettuata ad opera del medico indù Susruta, che probabilmente visse nel IV secolo e scrisse un numero enorme di trattati medici; egli già distingueva due forme di diabete: l'una giovanile, alla quale non si sopravviveva molto, e l'altra presente in adulti obesi. È facile vedere in questa suddivisione primordiale la differenza tra diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2.

Nel Cinquecento cominciarono le prime grandi scoperte mediche; in quel periodo Paracelso studiò il diabete grazie all'osservazione dell'urina ed arrivò alla conclusione che la poliuria e la gran sete dei malati di diabete era dovuta ad una sostanza, che egli credeva fosse sale, che si perdeva nelle urine e residuava quando queste evaporavano. In realtà, si trattava di zuccheri ed il primo riferimento alla consistenza dolce dell'urina dei diabetici nell'era moderna è la menzione di Thomas Willis nel XVII secolo. Nello stesso periodo anche un altro medico tentò di trovare la strada giusta da percorrere per meglio conoscere questa patologia; Thomas Sydenham affermò che il diabete era dovuto ad una digestione scarsa di una sostanza che veniva quindi espulsa nelle urine.

Anche il XVIII secolo vide grandi passi avanti. Innanzitutto, un medico inglese, Matthew Dobson, cominciò uno studio sistematico della sintomatologia avendo a disposizione un gruppo di pazienti diabetici su cui fare ricerca ed osservazione. Egli si accorse della presenza dello zucchero sia nel sangue che nelle urine e pensò che la causa fosse, come aveva ipotizzato un secolo prima Sydenham, una digestione difettosa. John Rollo, invece, approfondì gli studi, valutando altri sintomi e prescrivendo ai suoi pazienti diete ricche di carne e povere di carboidrati. Ma fu soltanto con Thomas Cawley che, per la prima volta, fu chiamata in causa una disfunzione pancreatica, pur senza averne una precisa e sistematica definizione. Le ricerche si diressero allora tutte in questa direzione. Nel 1869, Paul Langerhans scoprì la presenza di alcuni gruppi di cellule diverse all'interno del pancreas; questi raggruppamenti somigliavano a delle isolette ed ancora oggi vengono dette le ?insule di Langerhans?.

È proprio da qui che partì, agli inizi del XX secolo, la ricerca di Frederick Banting. Egli aveva seguito con estremo interesse le teorie di Shafer e di altri suoi collaboratori, i quali affermavano che il diabete fosse provocato dalla mancanza di una proteina delle cellule presenti nelle insule di Langerhans, a cui avevano dato il nome di insulina. Shafer aveva teorizzato che l'insulina controllasse il metabolismo degli zuccheri e, quindi, la mancanza di questa proteina provocava un difetto nel metabolismo e, di conseguenza, la grossa quantità di zuccheri presente nelle urine. Banting, incuriosito dal lavoro di un certo Moses Baron, il quale dimostrava come la legatura del condotto pancreatico portava alla degenerazione delle cellule che producevano tripsina, ma non delle insule di Langerhans, riuscì ad ottenere dal professor McLeod della cattedra di fisiologia dell'Università di Toronto la possibilità di fare degli esperimenti durante le ferie estive insieme ad uno studente, Charles Best. Procedendo proprio dallo scritto di Baron, essi riuscirono a produrre un estratto del pancreas di alcuni animali liberato dalla tripsina; provocarono poi in altri animali un diabete sperimentale e iniettarono loro l'estratto, notando una remissione dei sintomi tipici del diabete. Avevano scoperto l'insulina. Per questa scoperta di portata mondiale Banting e McLeod (anziché Best) furono insigniti del premio Nobel nel 1923.

Da quel momento, si cominciò a studiare l'insulina, la sua struttura, le sue funzioni. Nel 1954 Frederick Sanger procedette a studiarne la struttura e la combinazione dei suoi aminoacidi. Poiché era essenziale capire la successione esatta, Sanger ed i suoi collaboratori lavorarono un anno preciso a questo compito e alla fine riuscirono ad identificare tutti gli elementi che componevano la struttura dell'insulina e vennero premiati con il Nobel per la medicina nel 1955, anche se bisognò aspettare il 1970 per capire la struttura tridimensionale della molecola.
Nel 1978, utilizzando l'ingegneria genetica, viene finalmente prodotta la prima insulina umana. Anche il modo di somministrare la terapia cambiò nel tempo. Nel 1973, ad esempio, vennero eliminate dal mercato americano le siringhe U-100 che inducevano errori nel dosaggio e vennero sostituite con siringhe U-80 ed U-40; in Italia si dovrà aspettare il 1999 per questa sostituzione. Al 1986, invece, risale la creazione della cosiddetta "penna da insulina", che rende le iniezioni più facili da effettuare.

Oggigiorno, si sta sempre più pensando ai trapianti di pancreas o di insule pancreatiche ottenibili grazie all'ingegneria genetica oppure alla coltivazione di organi. Il primo passo è sempre quello del prelievo e della correzione degli errori genetici del paziente per poi procedere agli impianti e allo sviluppo dei maiali transgenici o degli organi da trapiantare. Ma per questi tipi di terapie siamo ancora nel campo delle ipotesi e della sperimentazione.

lunedì 10 dicembre 2007

Misurare il girovia della mamma per predire il rischio di sindrome metabolica del figlio

Prevedere se un bambino soffrirà da adulto di sindrome metabolica si può…basta misurare il girovita di sua madre. Lo hanno sperimentato alcuni ricercatori argentini su 620 scolari delle elementari: quelli le cui mamme avevano un girovita che superava gli 88 centimetri avevano il doppio delle probabilità di dover fare i conti da adulti con almeno tre fattori rischio tipici della sindrome metabolica.

Obesità addominale, elevati livelli di trigliceridi, bassi livelli di colesterolo buono, pressione alta e iperglicemia: sono queste le cinque condizioni che caratterizzano la sindrome metabolica, generalmente associata ad un aumento del rischio di diabete di tipo 2 e di disturbi cardiovascolari.

Il gruppo di studio guidato da Valeria Hirschler del Durand Hospital di Buenos Aires ha scoperto un modo apparentemente efficace per prevedere se una persona ne soffrirà. Ad essere coinvolti nello studio sono stati 620 bambini di circa nove anni e le loro mamme di circa 38 anni: due terzi dei bambini erano normopeso mentre il rimanente era obeso o in sovrappeso. Solo la metà delle mamme era normopeso e circa il 70% dei bambini mostrava almeno un elemento tipico della sindrome metabolica, mentre il 10,8% aveva sviluppato la malattia, così come l’11% delle mamme. Ciò che più ha colpito gli scienziati sudamericani è stato che, indipendentemente dagli altri fattori, è emerso chiaramente un collegamento tra la misura della vita delle mamme e il rischio di sindrome metabolica nei bambini. “Possiamo utilizzare le misure del girovita della madre come efficace elemento predittivo della sindrome metabolica nei bambini”, ha concluso la Hirschler sul numero di dicembre degli Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine.