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sabato 25 aprile 2009

Malaria: speranze da farmaco a doppia azione

Un farmaco antimalarico a doppia azione, che impedisce al parassita che porta la malattia di eliminare una sostanza tossica, privandolo delle difese genetiche che bloccano l'azione del chinino e del clorochinino, viene sperimentato da una equipe di ricercatori americani della Portland State University. Lo riferisce "Nature".

L'equipe guidata dalla dottoressa Jane Kelly precisa però che saranno necessari almeno dieci anni perchè il farmaco, un derivato di acridone, sia a disposizione di tutti.

Sono 250 milioni nel mondo, ogni anno, i casi di malaria e 880 mila i decessi. Il farmaco bersaglia il modo in cui le zanzare elaborano l'emoglobina dei globuli rossi, da cui ricavano gli amminoacidi di cui si nutrono. Il ferro ematico, prodotto secondario di questo processo, è tossico per il parassita della malaria trasportato dalle zanzare, il plasmodio, e deve essere convertito in un pigmento denominato emozoina.

Il farmaco impedisce questa conversione: l'effetto è lo stesso del chinino e del clorochinino impiegati per combattere la malaria.

Da anticorpi naturali nuovo vaccino anti-HIV

Dopo 25 anni di fallimento nella realizzazione di un vaccino contro il virus dell'Hiv, una nuova speranza arriva da un approccio innovativo che sfrutta un ampio spettro di anticorpi naturali posseduti da alcuni pazienti immuni al virus, anzichè utilizzare un solo 'super anticorpo'.

Un gruppo di ricercatori della Rockefeller University ha identificato un diverso pool di anticorpi nei pazienti con Hiv a lenta progressione, che sono in grado di tenere sotto controllo il virus grazie a un'azione combinata, proprio come farebbe un singolo 'super-anticorpo'. Lo hanno annunciato sulle pagine della rivista Nature.

I ceppi dell'Hiv hanno la capacità di mutare rapidamente, rendendosi avversari particolarmente ostici per il sistema immunitario dell'ospite. Ma un elemento viene condiviso praticamente da tutti i ceppi: una proteina dell'involucro chiamata 'gp140', necessaria per infettare le cellule.

Precedenti ricerche hanno mostrato che quattro anticorpi ingegnerizzati in modo casuale, capaci di bloccarre l'attività di tale proteina, sono in grado di prevenire l'infezione in cellule in coltura, ma tutti i tentativi per indurre l'organismo umano a produrli sono falliti.

Così Johannes Scheid, coordinatore dello studio, ha puntato l'attenzione sugli anticorpi prodotti da sei persone infettate dal virus, il cui sistema immunitario sembrava aver ingaggiato una strenua resistenza al virus.

Il fenomeno si verifica nel 10-20 per cento di tutti i pazienti, e porta a un controllo della proliferazione virale e a una progressione molto lenta della malattia. Le loro cellule B memoria producono alti livelli di anticorpi virali, ma finora nessuno è riuscito a comprendere appieno in che modo riescano a essere così efficaci.

In quest'ultima ricerca, da campioni di sangue di questi soggetti i ricercatori hanno isolato 433 anticorpi che hanno come bersaglio la proteina dell'involucro, e li hanno clonati e prodotti in grandi quantità analizzando quanto ciascuno di essi fosse efficace nel neutralizzare il virus.

Nel processo, è stata identificata una nuova struttura all'interno di tale proteina, chiamata 'gp120 core', che non era mai stata riconosciuta come potenziale bersaglio degli anticorpi. Come ha spiegato lo stesso Scheid, questi anticorpi hanno in comune la capacità di neutralizzare il virus, ma ciascuno di essi ha una limitata capacità di combatterlo.

Una strategia terapeutica basata su questa sinergia avrebbe anche il vantaggio di riconoscere un'ampia gamma di ceppi di Hiv, il che indica come la loro diversità possa costituire un notevole vantaggio, tenuto conto della capacità del virus di mutare.

Il tampone faringeo

Che cos'è

Il tampone faringeo è un test che serve ad individuare le specie batteriche presenti sulla mucosa della faringe.


A cosa serve

Il tampone faringeo si esegue per diagnosticare se un’infezione a carico della faringe o delle tonsille è di natura virale o batterica.

Il tampone viene utilizzato principalmente per la ricerca dello Streptococcus pyogenes (o “streptococco beta-emolitico di gruppo A”): le faringiti e le tonsilliti causate da questo streptococco possono evolvere in complicazioni quali la febbre reumatica o l’endocardite, e richiedono pertanto un trattamento tempestivo.

La possibilità di accertare se l’infezione è effettivamente causata dallo streptococco, inoltre, permette di limitare la prescrizione di antibiotici ai casi in cui è realmente necessario.


Come si esegue

Il test viene eseguito strisciando sulla mucosa della faringe un apposito tampone monouso (simile a un cotton fioc) composto da un lungo bastoncino rivestito all'estremità da cotone sterilizzato.
Sul cotone si depositano le secrezioni presenti in gola, che poi vengono analizzate: l’esito normale è negativo; un’eventuale positività sta a significare che lo streptococco beta-emolitico è presente in gola.

Il tampone faringeo è del tutto indolore e dura pochi secondi. Per sottoporsi al test, il paziente non deve assumere antibiotici nei 5 giorni che precedono l’esame e deve essere digiuno.

martedì 18 marzo 2008

Amentano le epidemie nel mondo

Londra - Negli ultimi 40 anni le epidemie nel mondo sono diventate piu' frequenti, secondo quanto emerge dalla piu' ampia indagine sulle infezioni emergenti condotta da un gruppo internazionale di scienziati e apparsa sulla rivista Nature. Per esempio, malattie come l'Ebola e la Sars, prima diffuse solo tra gli animali, sono diventate una minaccia crescente per gli uomini e molti patogeni sono diventati resistenti agli antibiotici.

I ricercatori della Columbia University, Wildlife Trust e Zoological Society d Londra hanno anche creato una mappa degli 'hotspot' del pianeta, che indica quali sono aree piu' critiche nell'origine e nella diffusione di nuovi focalai epidemici. Europa e Usa sono state le aree piu' colpite da epidemie, ma hanno anche investito molto per combatterle precocemente.

Nel futuro, i tropici saranno le regioni del pianeta maggiormente interessate da nuove epidemie. Si tratta di regioni dove la popolazione umana e' in crescita e ci sono condizioni ambientali favorevoli per le epidemie, cioe' precipitazioni intense e biodiversita', che costituiscono un ricettacolo per i patogeni. Dall'analisi dei database e' emerso che tra il 1940 e il 2004 sono emerse nel mondo 335 nuove malattie. Di queste, il 60,3 per cento erano zoonosi, cioe' infezioni che colpivano solo gli animali.

La maggior parte delle nuove malattie e' emersa negli anni Ottanta, piu' di ogni altra periodo della storia recente: e' stato il decennio dell'Hiv.

Ultime notizie sul papilloma virus

Il papilloma virus si diffonde soprattutto tra le giovani donne che hanno le prime esperienze sessuali. È quanto emerso da una ricerca condotta da Rachel Winer dell’Università di Washington di Seattle che ha arruolato 244 giovani donne coinvolte nella ricerca tre mesi prima del loro primo rapporto sessuale. Gli scienziati americani hanno seguito le ragazze per tre anni effettuando frequenti pap-test e analisi. L’obiettivo degli studiosi era soprattutto quello di individuare con quale incidenza il papilloma virus si diffonde a seguito delle prime esperienze sessuali.

Come spiegato dalla stessa Winer sull’ultimo numero del Journal of Infectious Diseases, entro dodici mesi dal primo rapporto sessuale, il 29% delle giovani donne risultava positivo al papilloma virus, dopo 24 mesi la percentuale saliva al 39% per arrivare al 49% dopo 36 mesi.

Una percentuale piuttosto alta, quella registrata dopo le prime esperienze sessuali: “le infezioni da HPV sono comuni tra le giovani donne alle loro prime esperienze sessuali, anche in quelle che hanno un solo partner, e questi dati ci spingono a consigliare con forza alle ragazze di utilizzare il preservativo ogni volta che hanno un rapporto con un nuovo partner”, ha spiegato la studiosa americana.
Una conferma arriva anche dai dati presentati nel corso del recente convegno di Medicina Riproduttiva che si è tenuto ad Abano Terme: il 50-60% dei maschi sessualmente attivi contrae l’infezione da papilloma virus entro i 18 anni di età e ciò rappresenta un serio problema perchè la malattia non dà sintomi ed è libera, quindi, di diffondersi attraverso i primi rapporti sessuali.

Sempre ad Abano Terme è stata, infine, presentata una ricerca condotta dal Centro di Crioconservazione dei gameti dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova, coordinata dal professor Carlo Foresta. Analizzando 50 campioni di liquido seminale di uomini infertili è emerso che ben il 25% di essi presentava il papilloma virus: una scoperta che confermerebbe il coinvolgimento dell’HPV non solo nei tumori al pene, all’ano e all’orofaringe, ma anche nell’infertilità maschile.

Il gel vaginale anti-hiv non funziona

Johannesburg - Una nuova doccia fredda nella ricerca per la prevenzione contro l'Aids. Il Carraguard, un gel vaginale studiato per prevenire la trasmissione del virus Hiv, non funziona, o non produce risultati statisticamente significativi. E' la conclusione a cui sono giunti i ricercatori del Population Council, che ha promosso i test sul farmaco durati tre anni. Questo gel e' stato pensato dagli scienziati per permettere alle donne di difendersi dalla trasmissione del virus Hiv senza che fosse necessario "convincere" il partner all'uso del preservativo.

Il test e' stato effettuato su 6.262 donne in Sudafrica. Meta' delle volontarie e' stata sottoposta all'uso del gel Carraguard mentre l'altra meta' ha applicato un gel placebo, e a tutte le volontarie sono stati consegnati anche dei preservativi. Delle donne che hanno usato il gel in sperimentazione 134 sono rimaste infette, solo 17 in meno rispetto al gruppo delle donne che ha usato l'altro gel. Questa differenza non e' stata valutata come statisticamente rilevante dai ricercatori, i quali sostengono che i test effettuati nei tre anni di prove non hanno portato a significativi risultati per cui si possa sostenere che il Carraguard riesca a prevenire la trasmissione del virus. Pero' questi risultati, secondo i ricercatori, inducono a pensare alla possibilita', in futuro, di incorporare al gel delle sostanze anti-retrovirali che siano in grado di uccidere il virus dell'Aids.

Influenza: creato un antivirus naturale

Londra - Un antivirus naturale, o meglio un modo per stimolare l'organismo a produrre da solo le difese immunitarie contro l'influenza, ma anche l'Aviaria, la Sars e altri potenziali virus. E' la scoperta effettuata dagli scienziati della McGill University, in Canada, e pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature.

Il processo scoperto in laboratorio non puo' essere applicato in cellule umane, ma e' potenzialmente in grado di favorire lo sviluppo di nuove efficaci terapie anti-virali. Il sistema agisce stimolando la produzione della proteina interferone, la cellula che costituisce la prima linea di difesa contro i virus. I ricercatori, utilizzando dei topi come cavie, hanno modificato in laboratorio proprio i due geni chiave che reprimono la produzione di interferone. In questo modo, le cellule dei topi hanno subito prodotto piu' alti livelli di interferone, che effettivamente hanno bloccato la riproduzione dei virus. Un test condotto su quattro virus, compreso quello dell'influenza, ha dato risultati molto promettenti.

"La gente e' stata preoccupata per anni sulle potenziali nuove epidemie virali, come l'aviaria - fa notare il capo dei ricercatore Naum Sonenberg - e se ora si possono avere i mezzi per sviluppare una nuova terapia per la lotta contro l'influenza, il potenziale e' enorme". E non sono state rilevare anomalie o effetti negativi derivanti da una maggiore produzione di interferone nei topi. Tuttavia, non si puo' cantare vittoria, come avverte il virologo John Oxford, della Queen Mary College School of Medicine di Londra: "Rafforzare il sistema immunitario innato sembra una buona idea ". Ma, ricordando un test di due anni fa a Londra, che ha lasciato molti giovani uomini in fin di vita, sottolinea che "questo sistema puo' essere un'arma a doppio taglio".

Giornata mondiale per i malati di lebbra

Roma - Lebbra: una malattia dimenticata. Questo lo slogan scelto dall'Aifo, Associazione italiana amici di Raoul Follereau, che oggi organizza la 55esima Giornata mondiale per le persone che soffrono del 'morbo di Hansen'. Una giornata di sensibilizzazione, educazione e informazione: la lebbra appare una malattia del passato, che richiama scenari legati ai sonagli degli 'untori' medievali, ma in realta' e' tuttora presente in molte aree del pianeta. Ogni giorno, infatti circa 800 persone contraggono questa patologia, e solo il Brasile conta 44.500 nuovi casi ogni anno, di cui il 15 per cento e' composto da bambini al di sotto dei 15 anni. Un tempo considerata una punizione divina, la lebbra e' tuttora difficilmente accettata dalla societa', e non riceve un'adeguata attenzione nonostante affligga milioni di persone in Africa, Sudamerica, India e Cina.

Per far fronte a questa situazione, e per far si' che l'opinione pubblica sviluppi un'adeguata conoscenza delle cause profonde che portano allo sviluppo della lebbra, 979 piazze italiane si mobilitano oggi in una raccolta di fondi che prevede la vendita del "miele della solidarietà": si tratta di un prodotto proveniente dal circuito del commercio equo e solidale, la cui diffusione sostiene e appoggia i piccoli produttori della Croazia. I barattoli di miele - disponibile nelle varieta' acacia, millefiori e fruttato al mirtillo - saranno impreziositi da alcuni sacchetti di iuta confezionati dagli ex malati di lebbra del progetto Sumana Halli in India. I proventi della vendita saranno utilizzati per il finanziamento di progetti di cura e formazione per personale medico e paramedico, per l'acquisto di farmaci e per sostenere piani di riabilitazione e di tutela dei malati.

Dopo l'Angelus, Bendetto XI ha ricordato ai 30 mila fedeli presenti in piazza San Pietro che "oggi si celebra la Giornata mondiale dei malati di lebbra. A tutte le persone che soffrono per questa malattia rivolgo - ha detto - il mio affettuoso saluto assicurando una speciale preghiera, che estendo a quanti, in vari modi, si impegnano al loro fianco, in particolare ai volontari dell’Associazione Amici di Raoul Follereau".

La Regione Veneto abolisce l’obbligo di vaccinazioni infantili anti-epatite B

Le infezioni da virus dell’epatite B da qualche anno in Italia colpiscono di preferenza giovani adulti non vaccinati. Il virus presenta un elevato potenziale di circolazione: rapporti sessuali, tatuaggi e piercing sono i veicoli preferiti dall’HBV”. Con queste parole Giovanni Battista Gaeta, professore di Malattie Infettive presso l’Università di Napoli, ha commentato una recente decisione della Regione Veneto che ha provocato non poche preoccupazioni da parte dell’AISF.

L’abolizione dell’obbligatorietà di vaccinazioni per l’infanzia deliberata dal Veneto non esclude le vaccinazioni anti-epatite B; l’AISF (Associazione Italiana per lo Studio del Fegato) ha però invitato a non abbassare la guardia nella lotta al virus HBV ed ha sottolineato l’importanza della pratica della vaccinazione di massa dei neonati e delle categorie a rischio, a partire da coloro che convivono con portatori cronici del virus al personale sanitario, dai tossicodipendenti sino ai soggetti politrasfusi.

La vaccinazione anti-HBV è, infatti, obbligatoria nel nostro Paese sin dal 1991 per tutti i neonati; questo schema è stato, peraltro, adottato da altri Paesi europei e occidentali, visto il successo riscosso in Italia. come ha spiegato Antonio Gasbarrini, segretario dell’AISF, “questa campagna ha condotto ad una marcata riduzione del numero dei portatori cronici del virus e alla quasi totale scomparsa dell’infezione tra bambini e adolescenti. Nonostante ciò, l’obiettivo del controllo definitivo del virus è lontano: sono poco meno di un milione i cittadini italiani che risultano portatori cronici del virus”.

sabato 15 marzo 2008

Caruso, Carosi e HIV

La vaccinazione terapeutica dovrebbe permettere la convivenza dell'organismo infettato con il virus tale da renderci "portatori sani"della malattia

Parte da Brescia la sperimentazione sugli esseri umani del vaccino terapeutico contro l'HIV. Il via libera arriva dall'Istituto Superiore della Sanità, dopo il superamento della fase preclinica, quella in cui la sostanza in procinto di essere sperimentata sull'uomo è stata prima sottoposta ad un lungo periodo di studio in laboratorio.
La sostanza è risultata non tossica ed efficace, per cui è ora possibile iniziare la prima fase clinica.
Sarà Enrico Garaci, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, ad annunciare l'avvio della sperimentazione in un incontro scientifico in programma per il 27 marzo alla Facoltà di Medicina dell'Università degli Studi di Brescia.
La sperimentazione di fase 1 su una ventina di pazienti, sarà curata, per la ricerca, dal prof. Arnaldo Caruso, ordinario di microbiologia dell'Università e responsabile del Reparto di Microbiologia pediatrica dell'Ospedale Civile, e per la clinica del prof. Giampiero Carosi, direttore dell'Istituto di Malattie infettive e tropicali dell'Università e del Dipartimento Malattie infettive del Civile.

"Studi effettuati dalla mia équipe hanno chiaramente dimostrato come la proteina di matrice del virus HIV, denominata p17, viene rilasciata dalle cellule infette promuovendo la proliferazione del virus e la sua diffusione all'interno del nostro organismo" - spiega Caruso. "Il virus, dopo aver legato la cellula bersaglio ed essere penetrato al suo interno, inizia a replicare. La cellula infettata produce grandi quantità di proteine virali che, in parte, andranno a formare nuovi virus e, in parte, verranno rilasciate nel microambiente extracellulare. Fra queste, vi è la p17 che, interagendo con una molecola espressa sulla superfice di altre cellule bersaglio del virus HIV, le attiva rendendole più suscettibili all'infezione e predisponendole a sostenere una ottimale replicazione virale".
Il prof. Arnaldo Caruso spiega che "se questa proteina venisse a mancare, il virus troverebbe un numero nettamente inferiore di cellule attive e, quindi, capaci di sostenere la replicazione. Una volta che il virus entra nell'organismo, vengono prodotti anticorpi verso zone non funzionali della p17. La proteina p17, infatti, ha un sito attivo molto specifico che non viene riconosciuto come immunogeno (sostanza in grado di provocare una risposta immune, ndr) dal sistema immunitario e, quindi, non attaccato da anticorpi".

A cosa serve la vaccinazione?
Essa ha il ruolo di inoculare nel paziente la sola porzione attiva della p17 resa immunogenica, cioè in grado di promuovere la formazione di specifici anticorpi, attraverso il legame con una proteina trasportatrice. La presenza degli anticorpi diretti verso la porzione funzionale della p17 ne bloccherà l'attività biologica.
"Il risultato finale atteso - continua Caruso - è quello di rallentare enormemente la capacità del virus di replicare e diffondersi nel nostro organismo. L'obiettivo finale della vaccinazione terapeutica, volta appunto ad arginare l'attività biologica della p17, è quindi la convivenza del nostro organismo con il virus dell'AIDS, promuovendo quella condizione clinica, non nuova ad altre infezioni virali, che permette di definire il paziente con il termine di portatore sano".

La ricerca, che porta alla sperimentazione in fase 1 del vaccino terapeutico per bloccare l'attività biologica del virus HIV, nasce da un'idea italiana ed è stata sviluppata interamente a Brescia.
Gli studi clinici volti ad appurare la sicurezza e l'immunogenicità del vaccino si svolgeranno, oltre che all'Istituto delle malattie Infettive del Civile, anche in altri tre centri a Milano, Torino e Perugia.
Terminata la prima fase di studio clinico - che durerà sei mesi ed inizierà probabilmente già prima dell'estate - a fronte di risultati positivi, si procederà ad effettuare la seconda fase di sperimentazione, volta a valutare l'efficacia del vaccino sull'uomo ed applicata, come prevede il protocollo, ad un ampio gruppo di pazienti. La terza ed ultima fase consiste in uno studio multicentrico con la sostanza inoculata ad un campione il più vasto possibile di persone.

Il vaccino che viene sperimentato a Brescia è definito terapeutico perchè è somministrato a persone già infette, anche se nella fase in cui il virus HIV è ancora asintomatico o, comunque, all'inizio della sua aggressionenei confronti dell'organismo. Dunque, un'ulteriore arma, quella del vaccino, per controllare l'evoluzione di una malattia che, malgrado l'evoluzione terapeutica degli ultimi anni, è ancora molto temibile.

venerdì 15 febbraio 2008

Un composto del pompelmo sarebbe capace di interrompere la produzione del virus dell’epatite C dalle cellule infette

Una ricerca condotta presso lo statunitense Massachusetts General Hospital Center for Engineering in Medicine (MGH-CEM) ha messo in luce i benefici scaturiti da un particolare composto del pompelmo e di altri agrumi che sarebbe in grado di interrompere la produzione del virus HCV da parte delle cellule infette.

In particolare, il team medico del MGH-CEM ha spiegato che il virus dell’epatite C è collegato alla vLDL, lipoproteina a bassissima densità, connessa all’insorgenza del cosiddetto colesterolo ‘cattivo’, quando secreta dalle cellule epatiche e che tale secrezione può essere interrotta dalla naringenina, un flavonoide piuttosto comune che genera quel gusto aspro che caratterizza proprio il pompelmo.

Come spiegato dal coordinatore dello studio, Yaakov Nahmias, sulle pagine della versione telematica di Hepatology, “i risultati ci indicano che sostanze coma la naringenina potranno essere combinate con le tradizionali terapie antivirali, contribuendo a ridurre o addirittura eliminare l’insorgenza di HCV in pazienti infetti”.

venerdì 8 febbraio 2008

Marijuana ed epatite C

Secondo quanto spiegato da alcuni ricercatori USA sulle pagine del Clinical Gastroenterology and Hepatology, testata dell’American Gastroenterological Association Institute, pazienti con epatite C cronica non dovrebbero fare uso di marijuana poiché si esporrebbero ad un più alto rischio-insorgenza di danni epatici.

Secondo quanto scoperto dal team di Norah Terrault della University of California di San Francisco, i pazienti con epatite C che fanno uso quotidiano di cannabis incorrerebbero, infatti, in un più rilevante rischio di essere colpiti da fibrosi epatica moderata o grave. Il rischio sembrerebbe ancor più preoccupante in pazienti con coinfezione HCV/HIV.

La Terrault ha spiegato che “sarà per noi essenziale identificare i fattori di rischio che possono essere modificati per prevenire e/o ridurre la progressione dell’epatite C in fibrosi, cirrosi e persino nel cancro al fegato. Queste complicanze causate da forme di infezioni croniche da HCV contribuiranno, ad esempio, in maniera significativa all’aumento dell’impatto delle malattie del fegato nella popolazione statunitense e condurranno ad un incremento delle stesse patologie nella prossima decade”.
In un campione di 328 pazienti, i ricercatori hanno rilevato una strettissima correlazione tra l’uso quotidiano di cannabis e l’insorgenza di fibrosi, anche quando questo fattore veniva preso in esame da solo. Lo studio ha poi preso in esame altri co-fattori di rischio (età, consumo di alcol lungo l’arco della vita, costante eccesso di consumo di alcol, tasso di necroinfiammazione) e la combinazione con essi incrementava questo rischio di ben 7 volte. D’altro canto, sesso, appartenenza razziale, indice di massa corporea, presenza dell’HCV, coinfezione con HIV e alterazioni alla biopsia non sembravano incidere sul tasso di rischio di insorgenza del danno in questo gruppo di pazienti.

martedì 5 febbraio 2008

Allarme malattie sessuali per gli over 50

Londra - Le malattie a trasmissione sessuale non sono una prerogativa di giovani e giovanissimi: a contendere loro il triste primato dei malati sono ora gli over 50, che, probabilmente a causa di un abbassamento della guardia sull'utilizzo del preservativo, sono sempre piu' a rischio infezione.

L'allarme giunge dalla gran Bretagna, dove uno studio pubblicato sul Saga Magazine e suffragato dall'Agenzia britannica per la protezione della salute rivela la crescita del rischio malattie sessuali per le persone con oltre 50 anni. Piu' di uno su 10 degli intervistati ha ammesso di non utilizzare il preservativo per prevenire un'infezione, pur non conoscendo la storia sessuale del partner. L'indagine ha esaminato le condizioni generali di salute di un gruppo di 8.000 individui, cosi' come la loro vita sessuale.

"C'e' la vasta percezione - spiega Emma Soames di Saga Magazine - che le malattie a trasmissione sessuale siano un problema per i giovani, e inoltre gli over 50 non hanno bisogno di contraccezione per prevenire la gravidanza, e quindi pensano sia normale avere rapporti sessuali senza protezione".

Un abbassamento della guardia pericoloso, che non deve pero', sottolinea Gwenda Hughes, a capo del Centro malattie sessuali dell'Agenzia britannica per la salute, far dimenticare l'importanza e la crescita qualitativa del sesso "maturo": il 65% degli intervistati over 50 sono risultati infatti sessualmente attivi e quasi la meta' fa sesso almeno una volta alla settimana. Un boom dovuto alla crescita di farmaci come il Viagra. Superati i problemi erettili, per molti over 50 si e' aperta una dimensione sessuale inaspettata: il 70% degli intervistati ha confessato di avere una vita sessuale migliore rispetto a quando erano giovani, grazie anche, secondo l'85% del campione, a una minore pressione psicologica dopo i 50. Una qualita' superiore, a cui fa fronte un inevitabile calo quantitativo: l'84% degli intervistati ha confessato di fare meno sesso a 50 anni rispetto che a 20 o a 30, ma di essere comunque soddisfatto.

mercoledì 30 gennaio 2008

La regione Veneto abolisce l'obbligo di vaccinazioni infantili anti-epatite B

“Le infezioni da virus dell’epatite B da qualche anno in Italia colpiscono di preferenza giovani adulti non vaccinati. Il virus presenta un elevato potenziale di circolazione: rapporti sessuali, tatuaggi e piercing sono i veicoli preferiti dall’HBV”. Con queste parole Giovanni Battista Gaeta, professore di Malattie Infettive presso l’Università di Napoli, ha commentato una recente decisione della Regione Veneto che ha provocato non poche preoccupazioni da parte dell’AISF.

L’abolizione dell’obbligatorietà di vaccinazioni per l’infanzia deliberata dal Veneto non esclude le vaccinazioni anti-epatite B; l’AISF (Associazione Italiana per lo Studio del Fegato) ha però invitato a non abbassare la guardia nella lotta al virus HBV ed ha sottolineato l’importanza della pratica della vaccinazione di massa dei neonati e delle categorie a rischio, a partire da coloro che convivono con portatori cronici del virus al personale sanitario, dai tossicodipendenti sino ai soggetti politrasfusi.

La vaccinazione anti-HBV è, infatti, obbligatoria nel nostro Paese sin dal 1991 per tutti i neonati; questo schema è stato, peraltro, adottato da altri Paesi europei e occidentali, visto il successo riscosso in Italia. come ha spiegato Antonio Gasbarrini, segretario dell’AISF, “questa campagna ha condotto ad una marcata riduzione del numero dei portatori cronici del virus e alla quasi totale scomparsa dell’infezione tra bambini e adolescenti. Nonostante ciò, l’obiettivo del controllo definitivo del virus è lontano: sono poco meno di un milione i cittadini italiani che risultano portatori cronici del virus”.
MFL - 28/01/2008

giovedì 24 gennaio 2008

Aids: la Fda approva l'etravirine

Washington- Nuove speranze per i malati d'Aids. In Usa, l'ente che vigila sulla sicurezza dei medicinali (la Food and Drug Administration, Fda) ha dato il 'via libera' a un nuovo farmaco, destinato ai pazienti adulti risultati resistenti ad altri medicinali. Il farmaco, anche noto come TMC125 o etravirine, appartiene alla famiglia dei cosiddetti inibitori non-nucleosidi della transcrittasi inversa e aiuta a bloccare l'enzima di cui il virus Hiv ha bisogno per progredire.

Attualmente sono piu' di una ventina i farmaci approvati per la lotta all'Aids; e sono in grado di offrire un ampio ventaglio di opzioni ai pazienti, considerato che il virus puo' mutare e maturare resistenze. Quando e' usato con altri medicinali anti-Hiv e preso come prescritto, l'etravirine riduce la quantita' di virus presente nel sangue ed aumenta il numero dei globuli bianchi che rafforzano le difese immunitarie, diminuendo dunque il rischio di morte.

venerdì 11 gennaio 2008

Circoncisione efficace contro l'AIDS

Londra - La circoncisione non altera in alcun modo la vita sessuale di un uomo. Non crea problemi durante il rapporto e non riduce il piacere che ne deriva, per cui puo' essere utilizzata senza remore nella lotta contro l'Hiv.

La rassicurazione viene da una ricerca, pubblicata sulla rivista Bju International e condotta da un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University, in Uganda con lo scopo di far accettare questa pratica. Diversi studi hanno rivelato che la circoncisione ha la capacita' potenziale di ridurre, per l'uomo, il rischio di infettarsi con il virus Hiv, anche del 50 per cento. Ma c'e' molta riluttanza da parte degli uomini adulti a farsi circoncidere per timore che la circoncisione, rimuovendo parte del prepuzio (lo strato di pelle che ricopre il glande), abbia un impatto negativo sulla vita sessuale, rendendo doloroso il rapporto e allo stesso tempo riducendo la sensibilita' del glande.

Cosi' i ricercatori della sono andati a verificarlo in Africa, la dove l'intervento di circoncisione sarebbe piu' utile, coinvolgendo oltre 4.500 uomini, dai 15 ai 49 anni, sessualmente attivi e sieronegativi. Meta' circa di essi e' stata sottoposta a circoncisione per ridurre il rischio di contrarre l'Hiv, mentre l'altra meta' non ha subito alcun intervento. Gli uomini sono stati poi controllati a distanza di sei mesi, un anno e due anni dall'intervento per accertare quali fossero i livelli di desiderio sessuale, soddisfazione e le prestazioni.

Ma salvo qualche disagio e qualche fastidio nei primi mesi dopo l'operazione, peraltro non rilevanti sul piano clinico, la circoncisione non ha mostrato di influenzare l'attivita' sessuale della grandissima maggioranza degli uomini operati. Oltre il 98 per cento dei uomini circoncisi non ha segnalato problemi relativi alla penetrazione o alla soddisfazione sessuale, che e' rimasta costante nel corso del tempo, e meno dell'1 per cento ha poi lamentato dolori durante i rapporti sessuali. Percentuali pressoche' analoghe a quelle registrate nel gruppo di uomini che non e' stato circonciso.

Quindi la rimozione del prepuzio, se riduce il rischio di infettarsi col virus HIV (eliminando cellule che sono facilmente attaccate dal virus, riducendo i sanguinamenti e rendendo l'ambiente piu' 'ostile' alla sua sopravvivenza) non influenza per nulla la vita sessuale di chi la subisce. E questo potra' aiutare a sostenere le campagne che stanno promuovendo la circoncisione come metodo per limitare la trasmissione del virus dell'Aids.

martedì 8 gennaio 2008

14.000 nuove infezioni di epatite B in Italia ogni anno

Quattordicimila sono le infezioni da epatite B registrate ogni anno nel nostro Paese: questo il dato allarmante presentato a Roma dalla Società italiana di malattie infettive (SIMIT) nel corso di una conferenza tenutasi al Senato.
È vietato abbassare la guardia contro il virus HBV” è l’allarme lanciato dagli esperti e del presidente della SIMIT Giampiero Carosi: “quotidianamente muoiono circa quattordici persone a causa delle conseguenze dirette dell’infezione generata dal virus dell'epatite B”. Carosi, che fa capo all’Università degli studi di Brescia, ha spiegato che sono ben oltre seicentomila i portatori del virus in Italia, duecentocinquantamila dei quali sono immigrati.

Nonostante in Italia sia prevista la vaccinazione obbligatoria anti-HBV sin dal 1991, i numeri sono ancora preoccupanti e una raccomandazione dell'Unione Europea ha spiegato che è necessario “un approccio olistico alla malattia, maggiori informazioni al pubblico, integrazione sociale dei malati e, appunto, la necessità di consigliare il vaccino a tutti gli immigrati provenienti da zone a rischio, e negli istituti penitenziari”.

Secondo Alfonso Mele, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e responsabile del sistema di monitoraggio della diffusione dell'epatite B SEIEVA “bisognerebbe evitare gli allarmismi e puntare alle categorie a rischio ovvero a quelle persone che hanno rapporti sessuali con più partner, tossicodipendenti, conviventi di persone positive all’HBV e a coloro che si rivolgono a piccoli ambulatori per interventi estetici”.
Tra i problemi-clou legati alla diffusione del virus certamente si colloca quello relativo alla popolazione immigrata, come ricordato dal presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato Ignazio Marino: “anche i clandestini presenti sul territorio italiano possono oggi accedere alle cure e all'assistenza medica del Servizio Sanitario Nazionale servendosi dello status di straniero temporaneamente presente (STP). La loro presenza in una struttura pubblica, inoltre, non comporta alcuna segnalazione al Ministero degli Interni”.

venerdì 7 dicembre 2007

In Italia vaccino per tumore all'utero

Milano - E' arrivato in Italia il vaccino preventivo per il tumore della cervice uterina.

Cervarix, messo a punto da GlaxoSmithKline, presentato questa mattina a Milano, ha dimostrato di assicurare una protezione del 100% nei confronti delle lesioni causate dai ceppi virali 16 e 18 dell'HPV. Il vaccino e' stato sviluppato espressamente per la prevenzione della forma tumorale della cervice uterina, che provoca la morte di cinque persone al giorno in Italia, e contiene l'adiuvante AS04, in grado di favorire una migliore risposta del sistema immunitario mantenendola elevata nel tempo. Un simile progresso della tecnologia farmacologica induce, dunque, ad impostare sempre piu' necessariamente, come fa notare l'oncologo Umberto Veronesi, "la lotta al tumore in una logica di prevenzione, ancorche' curativa".

Ne diviene un'imprescindibile alleata l'informazione delle donne, la consapevolezza dell'importanza del precedere, del contrastare per tempo. E, in quest'ottica, la Glaxo ha voluto far luce sull'effettivo stato di conoscenza del papilloma virus e del tumore alla cervice, nonche' dell'atteggiamento femminile nei confronti della prevenzione, incaricando la Tomorrow SWG di condurre un'indagine: sono state ascoltate, quindi, 2000 donne, di eta' compresa tra i 15 e i 54 anni.

Ne e' venuto fuori che solo il 54% effettua visite regolari dal ginecologo e solo il 43% si sottopone regolarmente al pap test, mente quasi una donna su quattro non si e' mai sottoposta ad un Pap-test, esame fondamentale per lo screening di questa forma tumorale, e la percentuale sale al 35% tra le giovani sotto i 35 anni. Le piu' attente sono le donne in coppia (senza figli o con un figlio solo), mamme e donne mature, donne in carriera e casalinghe; le meno attente sono le single, le mamme di famiglie numerose, le giovanissime, le artigiane, commercianti e libere professioniste. Il 63% delle donne non si sente informata sul tumore al collo dell'utero, il cui 25% e' rappresentato da quelle che hanno meno di 25 anni e che non hanno figli (67%).

venerdì 23 novembre 2007

Migliorano le possibilità di cura per l'epatite C

I virus dell'epatite C non sono tutti uguali e non tutti rispondono allo stesso modo ai farmaci impiegati per combatterli. La risposta scende drammaticamente in chi è stato infettato da un virus con genotipo 1 (fino al 30%). I pazienti con questo tipo di infezione, inoltre, devono ricevere il trattamento per un periodo più lungo rispetto agli altri. Ma per fortuna, sembra che le cose stiano cambiando.

Un nuovo studio - presentato a Boston dal Prof. Stephen Zeuzem, del Second Department of Medicine di Francoforte, in Germania - ha infatti dimostrato che l’aggiunta di Telaprevir, un inibitore della proteasi del virus dell'epatite C, alla terapia antivirale è in grado di potenziare la risposta virologica anche nei pazienti con epatite cronica C con infezione da genotipo 1, riducendo la durata totale del trattamento rispetto alla terapia di combinazione standard.